22 Dicembre 2009
L’azienda fallisce. E i lavoratori ? Si arrangino!
Questo Natale sarà particolarmente difficile per le famiglie colpite dalla crisi economica, soprattutto per chi ha perso definitivamente il posto di lavoro ed ancor di più per chi, perdendolo, in aggiunta vive (per lungo tempo) l’incertezza della percezione delle sue spettanze finali, come nel caso di chi si è ritrovato con la propria (ex) azienda fallita.
Anche se mi sembrava giusto un ricordo, il discorso puzza di retorica e quindi lo taglio subito: odio la retorica, specialmente se fatta sulle disgrazie degli altri.
Tuttavia è vero che mai come quest’anno mi sono trovato a dover trattare con i fallimenti, non solo (ahimè) dalla parte del creditore ma anche sotto il profilo professionale.
E qui mi sono posto alcune domande che vorrei condividere per una riflessione.
L’azienda fallisce, dicevamo. Viene invididuato un giudice delegato e nominati i curatori, con lo scopo di ripartire equamente fra i creditori (in par condicio) le insufficienti risorse rimaste. I creditori fanno istanza di ammissione al passivo, viene redatto uno stato passivo, viene presentato al giudice, ecc. (descrizione orrendamente veloce perchè non voglio tediare nessuno). Anche i dipendenti sono tenuti, alla stregua degli altri creditori, a fare istanza (giustamente).
Ma i lavoratori sono creditori un po’ differenti da tutti gli altri. Essi sono abituati a ricevere dal proprio datore un listino paga (è obbligatorio per legge, è la n. 4 del 5.1.53) con il conteggio di ciò che è loro spettante.
E già qui c’è un primo “buco” della legge: la busta paga è fatto obbligo di consegnarla solo con la consegna della retribuzione; no retribuzione, no busta (al massimo dovrà - dovrebbe - essere elaborato il Libro Unico del Lavoro entro il 16 del mese successivo). Il lavoratore che non riceve retribuzioni, può non ricevere nemmeno la busta: penalizzato due volte.
Quando un’azienda è sulla china del fallimento, saltano un po’ di buone abitudini… e così nessuno si preoccupa magari per mesi di elaborare un (inutile) listino paga o LUL, oppure il listino viene elaborato ma poi resta a chissa chi (io lo so: il consulente che seguiva l’azienda).
Sia come sia, il lavoratore dipendente che, ad azienda viva, era destinatario di un sistema di tutele dal punto di vista delle proprie spettanze, diventa un creditore “puro” come tutti gli altri (solo privilegiato, d’accordo). Da questo momento scatta per lui un obbligo che fino a poco prima era un diritto: recuperare (e magari far elaborare) le proprie buste paga mancanti ai fini di esercitare documentalmente il proprio diritto di essere ammesso al passivo.
Notazione n. 1: semplificando, ciascun creditore avrà un titolo di credito già confezionato da opporre (caso tipico: la fattura non pagata). Il lavoratore no. E’ l’unico che vedendo retrocedere quello che fino a poco prima era un suo sacrosanto diritto, si deve faticosamente ricostruire la propria storia. A sue spese: elaborare una retribuzione non è facile. Come se non bastasse la spada di Damocle del futuro incerto e il magro presente dei debiti incombenti (quelli, purtroppo, CERTISSIMI).
Notazione n. 2. Ricevuti i listini dei dipendenti, il curatore scrupoloso, che di solito è esperto in fiscalità, contabilità e diritto fallimentare, ma non in amministrazione del personale, nomina un consulente della procedura, il quale - nè più ne meno - rifà i conteggi già fatti dagli altri a fini di controllo.
Corollario. Dall’incrocio delle notazioni 1 e 2 , si evince che bene che vada (cioè che non vi siano contrasti) gli stessi conti vanno rifatti almeno due volte, tre il consulente viene incaricato di fare un conteggio preliminare delle spettanze finali.
N.B. Dalla mancata elaborazione delle retribuzioni vengono colpiti anche gli Enti Previdenziali, che a loro volta devono rifare una serie di conti (e quindi arriviamo già a 4 conteggi sullo stesso argomento) per stabilire l’ammontare del proprio credito. Ovviamente se poi i conti non dovessero tornare, si devono rifare e confrontare (altri conti, altro lavoro). Se i dipendenti sono 200, ognuno potrebbe andare a far sviluppare i propri conti da una testa diversa: ulteriore dispendio di energie (200 conteggi individuali, magari con 200 esami diversi della situazione, non nota, e 200 metodi diversi, invece che un conteggio collettivo, monoesame e monometodo).
Notazione n. 3. A molti fallimentaristi (così come a molti commercialisti) l’argomento “paghe” non piace. Non solo non se ne occupano, ma quando vi si avvicinano compaiono collane d’aglio, strani esorcismi, riti di purificazione. In tal senso, spesso i documenti di lavoro non vengono raccolti se non per ultimi e come inutile, pesante fardello, dal curatore (questo da cdl l’ho visto spesso). Insomma, materiale da cui stare alla larga il più possibile. Non si sa se per pura idiosincrasia o perchè si spera che arrivino meno domande di ammissione al passivo.
Osservazione paralella: fortunatamente non tutti i curatori sono così e diversi mostrano anche una spiccata attenzione ai problemi dei lavoratori.
Quesito finale: ma perchè non si obbliga per legge il curatore ad elaborare (o far elaborare) i listini-paga eventualmente mancanti, comprese le competenze di fine rapporto, ed a trasmetterli ai lavoratori, oltre che agli Enti previdenziali (con i dati e i formati soliti) ? Non sarebbe un solo lavoro, integrato ed organico, utile a tutti, economico ed intelligente ?
Se questo è un peso aggiuntivo (non grosso, rispetto al resto) verso risorse ormai limitate, non sarebbe comunque più utile che disperdere energie (il costo è almeno 10 volte superiore) in tanti conticini, a volte pure sballati ? Poi, sulla base dei dati indicati, ciascun lavoratore farà la propria istanza, magari anche collettivamente non sarebbe male, se si accettassero i dati condivisi con il curatore ed il suo consulente… perchè dover far fare obbligatoriamente 200 domande dove vengono ripetute per 200 volte pagine e pagine di frasi di rito ? (Però poi mandiamo mail con evidenziato “non stampare questo documento se non è necessario” …).
Aggiungo (così forse non sarò ricercato dai sicari dell’associazione curatori): eventualmente, su autorizzazione del giudice, potrebbe sottrarsi a tale incombenza il curatore che si trovasse di fronte ad una situazione particolarmente complicata così da non poter obiettivamente nemmeno pensare di far tentare una ricostruzione in tal senso.
In un momento particolarmente drammatico nella vita delle persone, il fallimento della propria azienda, una norma del genere (magari un passaggio nella legge fallimentare) sarebbe un piccolo aiuto che evita di disperdere risorse e ristabilisce il diritto a che i conteggi vengano fatti dal datore di lavoro (o da chi ne ha preso il testimone).
E infine una modifica della legge 4/53. Anche senza fallimento. Che sia obbligato a consegnare (oltre che elaborare) le buste-paga non solo chi paga ma anche chi non paga. Che all’incertezza del se e del quando non si aggiunga, ultimo sfregio, anche quella del quanto.
Si parla, giustamente, di ammortizzatori sociali, ricollocazione, riqualificazione, e questi sono i temi importanti e sicuramente decisivi, per superare una crisi - anche personale e famigliare. Ciò di cui stiamo parlando qui sarebbe invece solo un piccolo aiuto, un alleviare alcune incombenze in un brutto momento, ed in fondo una mera razionalizzazione.


Scritto il 22-12-2009 alle ore 17:11
“… E infine una modifica della legge 4/53. Anche senza fallimento. Che sia obbligato a consegnare (oltre che elaborare) le buste-paga non solo chi paga ma anche chi non paga …”
mumble, mumble …
e se ricominciassi con la crociata “criterio di cassa e criterio di competenza” …
mumble, mumble …
Scritto il 22-12-2009 alle ore 21:22
Sono assolutamente d’accordo con Andrea. Non mi stupisco della illogicità delle norme. Ribalterei il concetto: un’azienda fornitrice del fallito, è sempre un’insieme di persone che ha deciso un’imprenditorialità. Se in seguito al fallimento si trovasse in situazione creditizia per sprovvedutezza od eccessiva fiducia del fallito è giusto pretendere quanto vantato, ma, solamente DOPO fosse stata liquidata ogni spettanza dei dipendenti che si trovano senza lavoro con tutto quello che ne consegue. L’imprenditore rischia di fallire o di guadagnare molto. Il dipendente non rischia di guadagnare molto e non può rischiare il fallimento della sua famiglia. Alla faccia della “REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO”
Scritto il 22-12-2009 alle ore 21:31
seguito: le leggi e le normative dovrebbero obbligare in primis a soddisfare nel migliore dei modi i Lavoratori nonchè gli Enti Previdenziali. Aggiungo inoltre che nel caso in cui il responsabili dell’azienda fallita possa essere ritenuto in qualche modo corresponsabile del fallimento stesso, i Lavoratori dovrebbero essere anche risarciti per danni morali, psicologici (avete presente i giorni, i mesi o forse gli anni passati in situazioni di disoccupazione) e materiali.
Ciò scritto da un imprenditore in pensione
Scritto il 23-12-2009 alle ore 10:51
Caro Al, sul criterio di competenza avrei qualcosa da dire (ma rimando il discorso all’altro post nel blog …).
Qui dico: se si separasse il problema fiscale dal resto … (una volta si tentò un referendum, se ben sovvengo), un bel listino al mese non si toglierebbe a nessuno. Cosa che in ogni caso, anche se non si paga - si è tenuti a fare (come ben chiarisce il Vademecum sul Libro Unico del Lavoro del Min. Lav.). E a questo punto: oltre che fare la busta-paga, CONSEGNARLA al lavoratore dovrebbe essere un obbligo a prescindere dal pagamento della busta stessa o meno (se c’è anche il pagamento è molto meglio, ovvio …).
Scritto il 23-12-2009 alle ore 10:59
Caro Giorgio imprenditore in pensione, non mi stupisce la possibilità della rete di ragggiungere mille esperienze.
L’argomento “fallimento” sarebbe troppo vasto, anche se non sono in disaccordo con alcune cose che scrivi: sulla conduzione di alcuni fallimenti manca con tutta evidenza una RESPONSABILITA’ MORALE imprenditoriale, e se non c’è quella non ci sono leggi che tengano.
Ma è un tema che con questa ampiezza tratteremo (forse, nelle intenzioni) un’altra volta.
Qui il tema è più semplice: pagare le giuste mercedi è riconosciuto anche come precetto morale dalla Chiesa, per l’argomento in questione ci “accontenteremmo” (ripeto in mancanza di meglio) di non far pesare sui lavoratori l’obbligo di farsi i propri conteggi (una beffa oltre al danno, oltre che un costo in più).
Coinvolge, se mi permettete, anche una gestione professionale (siamo un non siamo in un blog per professionisti?) dell’argomento “lavoratori” nel Fallimento … Oggi come oggi mi sembra che “defilarsi” dalla questione sia possibile e, più di una volta, praticato.
Siamo d’accordo che non sia giusto ?
Scritto il 23-12-2009 alle ore 12:37
1- I conteggi per l’istanza di insinuazione al passivo fallimentare da parte dei dipendenti vengono sistematicamente fatti dai sindacati, non credo rinuncerebbero facilmente alla loro fetta di torta.
2- Certe affermazioni possono essere vere nelle grandi aziende, ma di contro esistono tantissimi piccoli fallimenti dove l’imprenditore ha lottato braccio a braccio coi dipendenti per salvare l’azienda
3- la mancanza delle buste paga nasce dal fatto che i primi a non esser più pagati in situazione di difficoltà sono proprio i professionisti che dovrebbero redigere i bilanci e quelli che dovrebbero fare le buste paga…
4- l’obbligo di consegna del cedolino, se da un punto di vista potrebbe essere risolutivo di molti problemi, dall’altro lato potrebbe rendere la situazione più difficile in quanto è titolo esecutivo a tutti gli effetti. (la piccola azienda in difficoltà che stà pian pianino risalendo la china potrebbe essere dichiarata fallita a seguito di istanza di fallimento da parte di un lavoratore per un credito di soli 500€
Scritto il 23-12-2009 alle ore 12:52
Per questa volta Andrea, mi perdonerai tu dell’intrusione….
Parlo da dottore commercialista che si occupa solo di lavoro pur gestendo alcune procedure fallimentari in qualità di curatore…
A mio avviso e per esperienza diretta, non tutte le procedure fallimetari sono uguali.
Vi sono alcuni fallimenti in cui non trovi neanche più il portone dove apporre i sigilli, altri in cui invece sebbene la procedura presenti numerose difficoltà, trovi documentazione utile al fine di ricostruire compiutamente la situazione.
Non credo che obbligare un datore di lavoro in odore di insolvenza a consegnare i cedolini paga risolva il problema della ricostruzione delle retribuzioni spettanti.
Infatti, il viaggio tra la crisi d’impresa, l’insolvenza ed il conseguente fallimento è tanto lungo da far drizzare le antenne dei lavoratori che potrebbero già agire in costanza di rapporto ma in carenza di retribuzione.
Mi spiego meglio.
E’ indubbio infatti che la mancata retribuzione che perdura per tre o quattro mesi, salvo eccezioni per le quali è possibile richiedere l’intervento degli ammortizzatori sociali, è segnale inequivocabile di uno stato di crisi prodromico a quello di insolvenza.
Andrea, ho conosciuto tanti farabutti che hanno fatto scoppiare l’azienda portandosi dietro la cassa, per cui mi chiedo quale valore probatorio, ma soprattutto tecnico, possa avere un cedolino paga in vigenza del LUL.
Una ricostruzione andrebbe comunque fatta, anche ai fini dell’intervento del Fondo di Garanzia.
Scritto il 23-12-2009 alle ore 16:17
per Claudio, con la sua stessa sequenza
1. Ah che bello se quando si parla di qualcosa non scattasse subito il calcolo di “chi ci perde qualcosa”.
Comunquie sarebbe bello un intervento di unsindacalista che dicesse: per il bene dei lavoratori, rinuncio subito !!!!
2. Sono pienamente d’accordo, Claudio: ne ho visti tanti anch’io; l’equazione automatica fallito = cattivo/scorretto va rigettata. Detto ciò, è anche vero che diversi “ci marciano”.
3. Vera anche la terza osservazione: però qui si tratta di un lavoro di ricostruzione in cui si potrebbe anche valorizzare il lavoro di chi ha interrotto il servizio … ad esempio, se ti “ricompro i dati” ottimizzo un servizio con poca spesa.
4. Sul quarto punto si può ragionare così: bisognerebbe porre delle regole precise su certe istanze di fallimento o certe dimissioni per giusta causa. Insomma , la valutazione della correttezza o meno di un’azienda potrebeb essere corredata da molteplici aspetti.
Faccio un caso: per una crisi di liquidità non riesco a pagarti subito, però ti consegno i cedolini regolari ed inoltro tutte le comunicazioni agli Enti e stabilisco un piano di rientro graduale con te. A queste condizioni tu non puoi nè procedere con istanze nè dimetterti pretestuosamente per giusta causa.
(è solo un esempio… non prendetelo alla lettera)
Scritto il 23-12-2009 alle ore 16:30
Caro Max non solo ti perdono ma ti ringrazio dell’intrusione — mi casa tu casa … quando e come vuoi, è solo e sempre un piacere (credo che il bello di Postilla sia anche questa possibilità di scambio parallelo, non trovi ?) .
Concordo sul fatto che i fallimenti non siano tutti uguali: per questo dove non c’è nemmeno il portone (il classico si salvi chi può) ipotizzavo la possibilità per il curatore di essere sciolto dall’obbligo suggerito dal post.
Sul fatto che consegnare il listino aumenterebbe molti problemi, possiamo parlarne (vale in parte anche la risposta data a Claudio nel punto 4 del precedente intervento): di certo non risolve il problema principale (il pagamento) però potrebbe creare delle certezze in più.
Poi per il farabutto c’è anche un aspetto penale, per cui fraudolenta può essere (se non erro) non solo la bancarotta ma anche l’assenza di documentazione. Ecco, estenderei questo onere/rischio anche ai documenti di lavoro (non so se mi spiego)ed in particolare alle buste paga. Invece in passato ho avuto l’impressione, in particolare su micro aziende fallite, che i documenti di lavoro (e per deduzione i lavoratori) non se li filasse nessuno …
Concludo (è più interessante leggervi che scrivere): se, come anche tu ammetti, una ricostruzione deve esser fatta, bene, che si faccia d’uffico da parte del curatore (a mezzo di consulente del lavoro o equiparato) e si metta tempestivamente a disposizione dei lavoratori (anzi, si potrebbe addirittura prevedere per i lavoratori un meccanismo di “adesione automatica” alla documentazione fornita dal curatore: quanta carta e lavoro inutile in meno ?)
Scritto il 23-12-2009 alle ore 16:55
e ora mi dici chi è l’EQUIPARATO ????? heheeheh
I consulenti del lavoro soon CONSULENTI DEL LAVORO on hanno equiparazioni di sorta ….
Scritto il 23-12-2009 alle ore 19:07
Claudioooo, provocatùr !
Siccome non ragiono mai in senso autopromozionale, con l’espressione da te incriminata volevo sveltamente indicare tutti i professionisti abilitati (a fornire assistenza in materia di lavoro e previdenza) di cui alla L. 12/79 art. 1 e quindi oltre ai consulenti del lavoro … etc etc
Ne approfitto per augurare un sereno e lieto Natale a tutti i naviganti che passano di qua.
Scritto il 18-1-2010 alle ore 08:18
[...] L’azienda fallisce. E i lavoratori? Si arrangino! dal blog di Andrea Asnaghi, un post molto interessante ed educativo dell’inefficienza del sistema e una bella proposta di razionalizzazione… [...]
Scritto il 10-3-2010 alle ore 16:08
Buongiorno
ho letto il suo articolo che purtroppo mi interessa molto visto che proprio ieri ho saputo che per la società per la quale lavoro è stata aperta una procedura fallimentare
la mia domanda è
visto che la società ha sempre emesso i listini paga e li ha consegnati ai dipendenti quanto meno a me sì ma non li ha pagati sempre ho infatti alcune mensilità in arretrato la domanda è
se vi sono dipendenti come me che sono tutt’ora “assunti” e operativi nell’azienda che al momento è ancora in attività con delle mensilità in arretrato + altri dipendenti che dopo 2 3 mensilità si sono licenziati per giusta causa questo già da qualche mese e che quindi vantano giustamente anche loro degli arretrati
il curatore se ha della liquidità disponibile nelle casse dell’azienda è tenuto o meno a pagare con precedenza i dipendenti ancora in essere o siamo tutti equiparati?
questo non perchè non voglia che vengano pagati i miei ex colleghi ma solo perchè visti i sacrifici fatti sino ad ora soprattutto nella speranza che non si arrivasse al fallimento, essere messa sullo stesso piano mi risulterebbe quasi una beffa
se ha la risposta sempre che ve ne sia una la ringrazio in anticipo se me la vorrà inviare
cordiali saluti
Lorena
Scritto il 10-3-2010 alle ore 16:38
Un saluto pieno di comprensione, Lorena.
Non vi è alcuna precedenza fra i dipendenti restati fino all’ultimo (magari in senso fidelizzante e costruttivo,come evidenzi tu, ma tieni presente - per equità - che potrebbe essere anche l’opposto) e quelli che se sono andati via prima.
Sarete tutti esattamente sullo stesso piano, che è poi quella condizione di par condicio creditorum che sta alla base della procedura fallimentare.
In bocca al lupo per il futuro.