23 marzo 2011
Appalti, cooperative, contratti improbabili: il valzer triste del dumping interno.
Dumping è un vocabolo anglosassone che deriva dal verbo to dump (scaricare) e che potremmo tradurre malamente (essendo sostanzialmente intraducibile) con il vocabolo “ribasso” o “sottocosto”. E’ un fenomeno, inizialmente osservabile nella comparazione fra mercati di nazioni diverse, che si basa su sensibili ed anomale discriminazioni fra il prezzo di determinati beni su un mercato e quello di un Paese concorrente. Il concetto è legato, per lo più, ad azioni che si caratterizzano per una alterazione della concorrenza, fino ad arrivare a meccanismi di c.d. dumping predatorio (coloro che praticano il prezzo artatamente ribassato finiscono per monopolizzare un mercato).
Nel dumping si osservano perciò sostanzialmente due elementi:
A. condizioni (di vita, lavoro, produzione) del “dumper” sostanzialmente inferiori (anche di molto) rispetto a quelle applicate dal concorrente;
B. (correlativo ad A) estromissione dal mercato e/o rovina - più o meno immediata – del concorrente che pratica le condizioni (di vita, lavoro, produzione) migliori (e quindi più costose).
Vi è insomma insito nel fenomeno il concetto che – se non è vero che il prezzo più alto sia automaticamente sinonimo di qualità – il prezzo più basso “perde per strada” porzioni significative di rispetto dei fattori produttivi in gioco. Quanto questo fenomeno sia reale ed incisivo, in tempi di globalizzazione basta chiederlo ai nostri settori manifatturieri. Aggiungo solo che l’equazione dumper=“cattivo” non si realizza così semplicisticamente, perché a fenomeni di dumping è connesso non di rado un vero e proprio sfruttamento economico della parte più debole (quella artatamente costretta a condizioni di vita peggiori).
In ogni caso sempre più spesso si sente parlare di dumping interno. Il meccanismo economico sopra descritto (in estrema sintesi) accade nello stesso mercato nazionale, quando vi sono attori che non giocano al medesimo gioco (economico-produttivo) con le medesime regole. Ciò è permesso, sostanzialmente, dalla evasione/elusione di regole (ad esempio quelle fiscali) , che permette l’alterazione della concorrenza sopra descritta, con i medesimi risultati, cioè sostanzialmente con una “catena al ribasso” degli aspetti qualitativi della produzione e contemporaneamente con l’estromissione graduale dal mercato di chi non si adegua (o non sottosta) a questo circolo vizioso.
Siccome qui parliamo di lavoro, osserviamo come il fenomeno del dumping interno, giustamente ripreso sempre più spesso dagli interventi di prassi del nostro Ministero del Lavoro, si basa sostanzialmente sulla applicazione di condizioni di lavoro (economiche, retributive, contributive, di sicurezza, ambientali) sensibilmente inferiori a quelle normalmente (aggiungerei anche: doverosamente) praticate. Il fenomeno è particolarmente evidente con riferimento alle c.d. “esternalizzazioni” (in sostanza, anche se non solo, gli appalti) dove le condizioni “ribassate” vengono offerte e/o fatte applicare (a seconda di quanto si concorra o meno nel circolo vizioso) da soggetti terzi, che si occupano perciò di gestire il “lavoro sporco” a beneficio del committente e, perché no, del consumatore finale. Da tale preoccupante situazione scaturisce ad esempio la circolare-quadro sugli appalti recentemente emessa dal ns. Ministro del Lavoro, di cui trovate un bel commento qui e sulla quale è incentrato anche un mio articolo in versione non propriamente critica ma comunque riflessiva (articolo che deve considerarsi parte integrante di questa discussione, ma al quale permettetemi, per brevità espositiva qui, di rimandare).
Ma che c’entrano, si domanderà il navigante accorto giunto fin qui, con tutto ciò le cooperative ed i contratti improbabili del titolo ? C’entrano, eccome … perchè a questo circolo vizioso del dumping interno concorrono alcuni fattori, di cui ne vorrei focalizzare qui tre.
1. Le cooperative di produzione e lavoro (dirò subito che ce ne sono anche diverse assolutamente autentiche) cominciano a proliferare verso la fine degli anni 70 come tentativo di aggiramento del divieto assoluto di interposizione di manodopera della vecchia L. 1369/60. Con l’avvento del lavoro interinale, prima, e della somministrazione di lavoro, poi, perdono questa caratteristica principale, anceh se continuano anche oggi a rivestire in parte questa ignobile ed (anche penalmente) illegittima funzione. Organizzate, oggi, perlopiù in consorzi (al fine di sfruttarne al meglio le possibilità economiche) le cooperative c.d. “spurie” (quelle che non hanno una reale funzione mutualistica a favore dei propri soci-lavoratori) vengono oggi usate più o meno come “sacche/contenitori di manodopera” in forza della flessibilità perversa (da leggersi come perdita di considerevoli tutele comuni agli altri lavoratori) che a vario titolo permettono di fruire. I soci, come detto, non hanno alcun poter gestionale effettivo (e nessun vantaggio concreto …), potere (e utile economico) che è invece concentrato nei gestori dei consorzi, in qualche caso veri centri di (mal)affare. Queste cooperative gestiscono (monopolizzandoli) vari ed estesi settori produttivi, in particolare dei servizi.
2. Ma non è solo la flessibilità negativa (cioè un nucleo di tutele “perse per strada”) a caratterizzare le cooperative, vi sono anche contratti collettivi (molto, molto noti…) che prevedono stipendi da fame e fuori da ogni realtà economica concreta (parliamo di netti mensili a regime ordinario che rasentano i 5-600 euro). E’ evidente che vengono collocati in queste sacche varie tipologie di lavoratori: extracomunitari di buona speranza, lavoratori che la crisi ha portato all’ultima spiaggia, oppure lavoratori più o meno normali che vengono compensati in buona parte con compensi a nero o trattamenti esenti assolutamente fuori luogo (trasferte, rimborsi spese, etc. etc.). Non di rado si verificano anche fenomeni di lavoro nero o simil-nero (p-time improbabili, 20 ore al mese segnate e il resto “mancia”). Insomma condizioni di evasione, elusione, carenza di tutela e di diritti; tutto questo sotto le nostre civilissime case e non nella … Manciuria orientale.
3. Da ultimo, contratti improbabili di lavoratori pseudo-autonomi (co. pro., associati in partecipazione, soci di società artigiani, para-artigiani e non) sia gestiti in cooperative che con società rigorosamente a responsabilità limitata (e con il legale rappresentante che è normalmente un settantenne semianalfabeta – non guasta se extracomunitario – residente in località improbabili…). Realtà di questo genere, malgrado una normativa nominalmente più stringente che nel settore privato, operano con una certa tranquillità anche nel pubblico . Dimenticavo: posso inserire nei contratti improbabili i fantasiosi “distacchi” di lavoratori neo-comunitari con costruzioni giuridico-formali che rasentano il paradosso ?
Quale è il principale risultato di questa situazione di fatto ? Che , soprattutto in tempi di crisi come questo (ma in parte è una benemerita scusa) si rovinano intere catene di lavoro se non vantaggiose quanomeno dignitose per i lavoratori a favore di politiche di ribasso senza mezzi termini e verso organizzazioni senza scrupoli e senza alcun comune senso del pudore. In questo fenomeno una grossa responsabilità hanno anche i committenti, spesso fautori di politiche nominali e di facciata “illuminate e progressiste” nella culla dorata della loro organizzazione economica “core-business“, ma insensibilmente incuranti della perdita di chances che impongono ai “peones” che lavorano in tutta la filiera dei servizi sottostanti; altrettanto responsabili sono i dirigenti dei committenti, i quali quando non sono caratterizzati da una sensibile ignoranza dei rischi che fanno correre alle organizzazioni che dirigono, dinostrano soprattutto una sensibilità ai propri bonus di fine anno, ma sono miopi ed incuranti dei guasti che creano alla struttura produttiva, alla qualità del lavoro ed alla fidelizzazione ed affidabilità del personale.
Si capisce come a partire da questa situazione il Ministero lanci moniti preoccupati, purtroppo fra i vari mali (oltre all’atavica furbizia italiota) vi è una legislazione stratificata e che si lascia spesso prendere “in contropiede” nei varchi qua e là lasciati dalla normativa e dalla prassi …
Concludo velocemente (mi interessa di più il confronto che il monologo …) : di queste cose non si parla mai, soprattutto coram populo, per le tante ramificazioni di interesse che sono coinvolte in questa situazione; inoltre, è politicamente scorretto , non si fanno dei distinguo, si pecca di qualunquismo o populismo, non si fa la fine discussione dottrinale di principio …
Scusatemi , ma (credete) il problema è assai serio e diffuso, ed io mi sono stancato di sentir parlare di sesso degli angeli …



Scritto il 23-3-2011 alle ore 21:06
Che commento arrembante ! Sembrava di leggere in alcuni passaggi, addirittura Saviano.
Ma allora anche nelle nostre strade si annidano significative Gomorra … sembra quasi impossibile. E i controlli ?!?!?!?!?!?
Scritto il 24-3-2011 alle ore 09:47
Pur non essendo Saviano nella “top ten” dei miei preferiti, ammiro il coraggio, il senso civico e l’onestà intellettuale di “Gomorra”. In tal senso l’accostamento che fai, Alex, quindi mi onora.
La prospettiva è però un po’ diversa. Più che una denuncia in senso lato, infatti, le presenti riflessioni hanno (o tentano di avere) anche una spiccata componente TECNICA: cosa può essere messo in campo – da un punto di vista normativo e di prassi – per arginare questi fenomeni ?
La domanda si collega idealmente alla tua chiosa polemica sui controlli, che oggi mi sembrano avere armi un po’ spuntate, soprattutto vista la pletora di professionisti tecnico-legali messi in campo per supportare e difendere – in qualsiasi modo e con ogni cavillo ed arma di retorica giuridico-amministrativa – i circoli viziosi sopra descritti (senza contare le coperture sindacali e politiche – in senso lato).
Scritto il 24-3-2011 alle ore 11:26
Le cooperative di produzione e lavoro davvero “autentiche” non sono soltanto “diverse”, sono la maggior parte. Ovviamente a mio modestissimo parere…
Scritto il 24-3-2011 alle ore 12:14
Opinione molto interessante, rivolta da un’autentica esperta di cooperative, e che colgo al volo.
Mi chiedo, e soprattutto, Le chiedo: da cosa possiamo definire “autentica” una cooperativa ?
Il protocollo sulle cooperative del 10 ottobre 2007 considerava “spurie” (che è un sinonimo di “non autentiche”) le cooperative che non assicuravano ai soci-lavoratori un trattamento economico pari a quello stabilito dai ccnl siglati dalle OO SS maggiormente rappresentative.
Non concordo con lo spirito ed il concetto di questo passaggio (anche perchè sappiamo benissimo che la “rappresentatività sindacale” è una coperta corta che diventa elasticamente lunghissima ogniqualvolta lo si desideri …).
Siamo radicali: io considero autentica una cooperativa in cui i soci partecipino CONCRETAMENTE ED EFFETTIVAMENTE a (e non solo formalmente) alla attività sociale e che questa attività sociale sia informata a concetti di vantaggio mutualistico verso i soci e la loro prestazione lavorativa (essendo “di produzione e lavoro”).
Mi si deve spiegare perchè, da socio-lavoratore, io rinuncio ad una serie di diritti non in forza di chissà quale posizione societaria (o di chissà quale stipendio o vantaggi) ma essendo posto meramente in un CARROZZONE ove percepisco uno stipendio ed un trattamento NETTAMENTE INFERIORI a quelli che contratterei da solo in un normale contratto di lavoro e senza che nessuno peraltro si preoccupi in alcun modo del mio futuro.
Mi sfugge (probabilmente sarò distratto io ..) lo scopo e la finalità mutualistica.
Sarebbe come se aderissi ad una coop di consumo ove (banalizzo):
- i beni costano il doppio che altrove;
- non vi è alcun rispetto (sociale o ambientale) nella filiera produttiva e distributiva;
- non vi è alcuna facilitazione al credito al consumo.
Quali sarebbero le motivazioni per aderirvi ? Una residuale ci potrebbe essere; è l’unico esercizio nel raggio di 50 chilometri e “o mangi ‘sta minestra o salti dalla finestra”… ma forse (“forse” …) saremmo fuori da criteri mutualistici.
Sarò stato sfortunato io, indubbiamente, ma di cooperative autentiche ne ho incontrate DIVERSE ma non tante (in compenso ne ho incontrate MOLTISSIME “sedicenti tali” ed altrettante più terra-terra improntate meramente al basso profitto sulle spalle dei soci).
E questo indipendentemente dai proclami formali delle varie organizzazioni cooperative: la realtà mi sembra ben altra e così come non basta una rondine a far primavera, così non basta qualche caso positivo (messo lì come “fiore all’occhiello”) a mascherare la mostruosa proporzione numerica della realtà.
Ovviamente anche questo è il mio modestissimo parere; forse sarò andato troppo “sul pratico”, ma attendo con ansia di sapere i criteri “alternativi” per cui considerare AUTENTICA una cooperativa …
Scritto il 25-3-2011 alle ore 02:19
e bravo Andrea……Ho sempre pensato che sei una persona seria e sensibile ai problemi di questo mondo di moderni schiavi e negrieri….Un saluto caloroso.
Scritto il 25-3-2011 alle ore 09:18
Ciao Bruno, grazie del passaggio da queste parti …
Per non limitarci “all’invettiva” come le comari di un paesino” (spero avrai gradito la citazione faberiana…), chiedo a te, affermato e rodato sindacalista: ma con il commento di cui sopra abbiamo esagerato in proporzione – come più o meno direttamente ci viene rimproverato – o la realtà è per la maggior parte proprio questa ?
E siccome questa domanda rischia di peccare (lo ammetto…) un po’ di compilce retorica, ti chiedo anche: come si muovono le OO SS in questa palude ? ti sembra che contrastino efficacemente il fenomeno, lo tollerino o – in qualche caso – lo “spingano” ?
Scritto il 25-3-2011 alle ore 13:22
Dal mio cantuccio posso dire che, ormai bisogna pensare globalmente:
-causa di lavoro;
-denuncia alla agcm
-denuncia penale (divieto somm. e/o app. Non genuino)
-esposto al minindustria (che ha vigilanza coop)
-vertenza nei confronti del committente e suoi dirigenti per resp. Art. 29 d.lgs.276/03 e . 231/01
Per gli app. Pubblici c’è da divertirsi con la agcp e resp. staz. App. Codice contratti pubblici.
-sugli appalti pubblici comunitari ci sarebbe interessante questione di resp. Stato per violaz.direttive.
Capisco che costa fatica.
Ma a volte ne vale la pena.
Scritto il 25-3-2011 alle ore 22:25
Sono d’accordo, Gianemilio, ma malgrado la tua “lista della spesa” anche gli scorretti pensano che “ne valga la pena”
… se i controlli arrivano tardi e/o male;
… se ci sono mezzi e mezzucci per ripararsi dagli effetti più spinosi dei controlli o delle azioni legali, o ritardarli;
… se si creano scatole cinesi e alla fine si scopre che il legale rappresentante (colpevole !) era il 95enne sig. Sgrumbotz Fawtomyq di Xrururupidut;
… se … etc etc
Intanto attendo il confronto sulla definizione di cooperativa AUTENTICA …
Scritto il 26-3-2011 alle ore 02:07
Quello delle cooperative è un mondo che, salvo casi particolarissimi, dovrebbe essere abolito perchè, di fatto, anche nelle organizzazioni maggiori, è un falso.
Io ho lavorato, per fortuna per solo poco tempo, in una ditta privata di proprietà di due cooperative emiliane che appartenevano, a loro volta, ad un consorzio che aveva come riferimento il fu (fu?) PCI.
Ho constatato due fatti. Il primo è che in nessuna delle aziende private in cui ho lavorato il personale era trattato così male, anche in termini ricattatori. la seconda constatazione è stata che questo consorzio non era altro che un “deposito” di quadri del PCI, a spese del contribuente per via della legislazione delle cooperative. Sinceramente, parlando con alcuni dipendenti della COOP (quella che sei tu), la situazione non appare affatto cambiata. Del resto, se così non fosse, non si capisce perchè la COOP non sia concorrenziale con altri supermercati e questo lo afferma uno che, per sola comodità, la utilizza.
Oltretutto non possiamo più permetterci che regioni come l’Emilia Romagna, la regina del mondo cooperativo, contribuisca assai poco agli introiti dello stato proprio per la legislazione di favore delle cooperative.
Scritto il 26-3-2011 alle ore 02:10
P.S. la fonte della modesta contribuzione dell’Emilia Romagna agli introiti dello stato è un ufficiale della Guardia di Finanza.
Scritto il 26-3-2011 alle ore 08:35
Ho letto questo commento e son saltata sulla sedia, non capisco dei concetti complicati ma il resto è tutto vero !!!!
Tre anni fa il capo ha detto, non ci stò più dentro coi costi dovete passare in cooperativa. Abbiamo il contratto Unci, porto a casa meno di 1000 euro al mese con gli straordinari, ma 300 sono di rimborsi kilometrici (però io 15 km al giorno a andare e tornare li faccio davero), sulla tredicesima però non ci sono, le buste sono sempre sbagliate, io e le mie compagne siamo ricattate. Se non vi va bene è così lo stesso. Malattia non pagata e se ti fai male sul lavoro devi fingere che l’ai fatto a casa. Da quando è successo con i miei coleghi ci diciamo che siamo finiti all’Inferno !
Scritto il 26-3-2011 alle ore 09:07
Ringrazio delle testimonianze, anche sofferte.
Emilio amplia la prospettiva: le cooperative (o … il “circolo vizioso” in genere) come centro di gestioen di poteri & prebende.
Però stiamo attenti a non buttar via il bambino insieme con l’acqua sporca (anche se è molto sporca): controllare certi settori sì, “abolire le cooperative” è un’altra cosa …
Auguro caldamente a Mary ,la ringrazio per il suo intervento che non racconta nulla di nuovo – purtroppo, di risalire presto almeno in … Purgatorio !
Solo una cosa: per rispetto alla testata editoriale che mi (e ci) ospita, prego ove possibile di non fare nomi/sigle che potrebbero metterla in qualche difficoltà.
Scritto il 26-3-2011 alle ore 21:09
Sig. Asnaghi, Lei mi sembra un moralista mancato. Le sue opinioni ben verniciate le faranno fare una bella figura in pubblico, tanto non costano nulla, sopratutto a lei.
Se lei fosse un vero imprenditore e non uno che cerca di fare lo scrittore mancato, mi dovrebbe rispondere, come si fà oggi a licenziare un fannullone ? e quanto costa un dipendente normale ? poi, quante panzane burocratiche inventate lei e i suoi amici consulenti che poi un’azienda piccolissima deve seguire ? e i sindacati, che se arrivano bloccano tutto ? e gli ispettori o la finanza, che non sei mai mai mai a posto ? Se deve essere così, allora viva le cooperative e chi le ha inventate e lei si tenga pure le sue riflessioni da scambiarsi all’ora del tè con quelli come lei
Scritto il 27-3-2011 alle ore 09:10
Caro (caro ?) AlessioF,
forse la cosa ti sorprenderà, ma ti informo che si possono esprimere opinioni differenti anche senza aggredire/insultare. E visto che in qualche modo l’hai fatto (entrambe le cose), cercherò di grattare sotto la scorza grezza del tuo modo di confrontarti per confrontarmi a mia volta con ciò che dici.
Tu poni un problema reale, che potremmo così sintetizzare: la burocrazia inutile, e la rigidità estrema provocano come reazione contraria una fuga dalla regolarità e una ricerca di strade perverse (E ciò vale senza’altro anche per certi modi di fare i controlli da parte della P.A.).
Ed io su questo (ti sorprenderò ancora…) CONCORDO: chi mi conosce bene sa anche del mio impegno (NB del tutto ideale: conto meno di un “due di picche”, diciamo che al limite faccio girare delle idee) su vari fronti per la semplificazione e modernizzazione delle regole del lavoro (e anche per la loro comprensione e diffusione). Però, se avessi letto con attenzione, AlessioF, avresti visto che non vi è nullla di pietistico=moralistico nel mio post: ad es. la mia forte preoccupazione è anche verso le buone catene produttive (leggasi: IMPRENDITORI) che vengono rovinate dalla concorrenza sleale (di cooperative spurie o di altri soggetti borderline).
D’altronde, anche tu Alessio (suppongo che tu sia un piccolo imprenditore) ti arrabbieresti se il lavoro della tua officina (del tuo negozio, della tua impresa) venisse spazzato via dall’impresa vicina per il solo fatto che lavora in nero, non paga tasse, non paga nulla, scarica i rifiuti nel fiume etc. Ad un certo punto dovresto constatare che questa pseudo-impresa in qualche modo ti fa chiudere (quantomeno ti sottrae lavoro) oppure COSTRINGE anche te a scorciatoie che magari non ti piacciono (perchè se ti piacessero, il discorso cambia: io sarò pure un moralista ma tu saresti un BANDITO…).
Proprio qui si situa la mia preoccupazione: io non voglio che le tante imprese oneste (quelle sì che sono la stragrande maggioranza) che banditi non sono, non siano spazzate via dai banditi, o non provino la tentazione di essere a loro volonta, in qualche caso, un po’ banditi anche loro, magari per sopravvivere.
Insomma io vorei arginare fermare questa catena dell’ “un po’ di meno”, del gioco al ribasso che non è sintomo di buona imprenditorialità, perchè arraffa senza costruire, dilapida e non organizza, distrugge con miopia oggi per lasciare terra bruciata domani (anzi: oggi pomeriggio).
Si può essere imprenditori senza pensare di doverne far pagare il prezzo a qualcun altro ? io penso di sì, anzi penso che sia il modo migliore di essere e fare imprenditoria, quello che resta davvero: per il bene di oggi (perchè è “un altro modo di respirare”) e per il futuro di chi di segue (magari, che so, i nostri figli).
Scritto il 29-3-2011 alle ore 16:49
Tutte le cooperative con cui ho avuto a che fare fin’ora non facevano altro che affittare lavoratori a basso costo, e così anche le imprese c.d. multiservizi (pulizie ecc.) anche in multinazionali conosciute … magari un giorno avrò il privilegio di aver a che fare con cooperative sane
Scritto il 29-3-2011 alle ore 19:34
Vorrei dire al signor Alessio F. che nella ditta di prima non si è mai ammalato nessuno via di qualche influenza e tutti lavoravamo contenti, c’era neanche bisogno dei sindacati. Se uno non lavorava era nostro nemico perchè rovinava tutti. Col padrone si parlava, c’erano si problemi ma come da tutte le parti. Oggi non è più la nostra azienda ripeto è un Inferno. Non so bene come spiegarmi, ma ha detto giusto il signor Emilio che a scritto sopra: neanche sotto il pegior padrone sei trattato cosi male. Faccio un esempio, tre mesi fa un mio compagno si è lamentato che non c’erano i guanti per lavorare, che non ci danno mai le cose per stare in sicurezza e a fatto un pò di casino ma giusto. Sensa dire niente è stato trasferito a Bologna che sta a più di 150 km da qui. è stato come licenziarlo, ha dovuto andar via con tre figli e la moglie in cassa integrazione. Non sono cose che si fanno, purtroppo la cooperativa è grande e dietro c’è un consorzio potente, io non faccio più dei nomi ma credetemi che è tutto vero !
Scritto il 30-3-2011 alle ore 17:43
Chissà matmaz, la speranza è l’ultima a morite !
Scritto il 30-3-2011 alle ore 17:45
Mary usa un’espressione che mi ha colpito: “la NOSTRA azienda”.
E’ strano, prima era un’azienda (suppongo piccola) di un altro ma era percepita come propria, ora c’è la cooperativa (che è difesa costituzionalemnte perchè … “la coop sei tu”, insomma perchè è una forma partecipativa e mutualistica) ed è percepita da una lavoratrice come SPOSSESSAMENTO del proprio lavoro (in termini di dignità, diritti,, professionalità).
Fa riflettere, no ?
Scritto il 30-3-2011 alle ore 18:40
Caro Andrea, inizialmente volevo fare un intervento squisitamente giuridico in quanto l’argomento l’ho seguito piuttosto da vicino soprattutto negli anni’90, ma totalmente a favore delle cooperative di lavoro… Ma mi rendo conto che il piano di discussione che hai posto è diverso e decisamente impulsivo/istintivo (in alcuni punti ti sei spinto anche oltre la decenza heehehh)
Allora provo ad esporre alcune mie considerazioni bypassando, almeno per il momento, il piano normativo, per focalizzarmi su pensieri altrettanto impulsivi ai tuoi, e credimi sono contento che una volta tanto abbiamo punti di vista opposti, ma dai quali sono sicuro convergeremo in idee condivise, come sempre.
Di VERE cooperative ne ho conosciute e assistite molte, è pur vero che altrettante di SPURIE ce ne erano/sono sul mercato, ma un primo discrimen lo devono/dovevano fare i professionisti che le seguivano o a cui veniva proposto di seguirle..
Non si sentiva la necessità della legge 142 (tra l’altro ultima norma Prodi prima di salire al quirinale per lo scioglimento delle camere…), così come in Italia non si sentiva la necessità del lavoro interinale / somministrazione
Mi spiego, partendo dal secondo punto, le cooperative, nel bene o nel male, già svolgevano l’attività di “prestito dei lavoratori” (senza nasconderci dietro un dito in certi casi era vera intermediazione, in altri casi era corretta gestione di esternalizzazioni aziendali), pertanto l’attività che poi è stata consegnata alle agenzie interinali già veniva svolta, ma con delle differenze:
- il lavoro in cooperativa (parlo quelle di produzione e lavoro) è nato e sviluppato proprio per lavoratori border line (cioè persone che già erano al margine del mercato del lavoro e non certo per colpa delle cooperative che anzi riuscivano a ricollocare queste figure) mentre le agenzie del lavoro si erano presentate sul mercato parlando di figure specializzate, portando l’esempio dei saldatori, per poi miseramente sosituirsi in toto alle cooperative e anzi gestire in molti casi il mercato dei lavoratori extracomunitari (borderline lavorativi per definizione).
- il lavoro in cooperativa, salvo casi particolari, era comunque a tempo indeterminato, il lavoro interinale è nato esclusivamente nel precariato e mantenendo il precariato.
- Era interesse della cooperativa trovare lavoro alle persone, cercando di garantire 365giorni l’anno di attività ad ogni socio, le agenzie interinali/somministrazioni, chiamano i lavoratori per un giorno o una settimana o un mese a seconda della necessità e poi via a casa…
In merito al primo punto (L.142), si dovrebbe analizzare il background con cui è nata quella legge, da una parte spinta dalle stesse cooperative rosse emiliane (che tanto erano già organizzate con ccnl e che quindi si sentivano “minacciate” dalle coop a semplice statuto/ regolamento) dall’altra vi erano le aziende di autotrasporto/logistica industriali assistite da confindustria che ritenevano concorrenti scorretti le cooperative dello stesso settore in quanto applicavano prezzi fuori mercato.
Detto questo se si voleva VERAMENTE riordinare le cooperative sarebbe bastato intervenire a livello societario e in maniera solo molto più marginale sul rapporto lavorativo: un maggior numero di assemblee obbligatorie annuali, un obbligo di rotazione triennale del CDA e del presidente (molte cooperative vere diventavano spurie proprio perché, un po’ come i nostri politici, quando le careghe sono fissate sotto il culo è impossibile toglierle), maggior potere assembleare in merito all’operato e alle decisioni aziendali rispetto ad uno strapotere ingiustificato del CDA, limitazione dei gettoni di presenza/compensi del CDA, e via dicendo.
Mi obietterai che grazie alla L.142/01 si è voluto far entrare prepotentemente il CCNL nelle cooperative che fino al giorno prima gestivano i rapporti lavorativi con scarni regolamenti interni a totale discrezione dei CDA, ma io sono perfettamente favorevole al CCNL, o meglio, al creare regole certe e comuni per tutte le cooperative (prima vi era quella brava che pagava le malattie e quella meno brava che non la pagava, quella brava che pagava le ferie e quella meno brava che non le pagava).
E’ vero, come ho già affermato, sappiamo tutti che in molti casi vi era intermediazione, ma la richiesta nasceva dalle aziende e dalla volontà di flessibilità estrema, non dalle cooperative, le quali invece avevano più interesse a vedersi esternalizzate tutto il servizio, ma su questo punto pochi hanno voluto approfondire, troppo forte la spinta di far entrare i grandi gruppi internazionali delle agenzie interinali.
Inizialmente addirittura si voleva spostare il collocamento pubblico verso un collocamento privato (alla francese), lasciando totalmente il mercato del lavoro in mano alle agenzie da una parte e a fortissimi gruppi sindacali hobbistici (sempre francia e america) ed estraniando il filtro dello stato che invece in italia sull’argomento era stato molto presente (e per fortuna lasciamelo dire lo è ancora molto presente).
Ma siamo in Italia, gli interessi in gioco sono stati più grandi della volontà di far funzionare veramente le cose…
Va che bel…
Scritto il 31-3-2011 alle ore 16:13
Claudio, la pregnanza delle tue considerazioni meriterebbe di spezzettare il tuo discorso un po’ alla volta (e così farò ,anche per carenza di tempo).
colgo i primi due spunti, in ordine spaziale ma già mi riservo su tutti gli altri (ma tu o chi passa può “intromettersi” a piacere) …
1 “un primo discrimen lo devono/dovevano fare i professionisti che le seguivano o a cui veniva proposto di seguirle”
SIIIIIII
qui siamo d’accordo. Qua e là nei mie interventi (visto anche il sito in cui ci troviamo) richiamo sempre le responsbilità che come “classe” professionale abbiamo.
Mi permetti di sottolineare (visto che mi hai dato già dell’indecente, perchè non continuare…) che non solo è mancato il “discernimento”, ma qualcuno ha badato meramente al soldo (“in fondo è lavoro che viene”)e qualcuno ci ha addirittura costruito sopra il BUSINESS ?
1 – bis (notazione generale: conoscendoti, credo che il tuo “favor” per le cooperative, nasca dal fatto che comunque il fenomeno può essere ben governato anche con l’aiuto di professionisti seri e con comportamenti corretti: oggi, in fondo, il business c’è comunque, solo ha “cambiato cappello”).
2. “le cooperative, nel bene o nel male, già svolgevano l’attività di prestito dei lavoratori”
GIA’
peccato che fosse un’attività vietata e penalmente rilevante … e come spesso succede, quando si comincia ad eludere, si sa dove cominci, un po’ meno dove finisci …
2- bis da questo punto di vista, una buona parte delle agenzie di lavoro ha anche “cambiato la veste” e, non solo formalmente, determinate garanzie maggiori ci sono …
(to be continued …)
Scritto il 31-3-2011 alle ore 17:42
Chiedo venia, non era mia intenzione monopolizzare questo (come altri) blog …
Scritto il 1-4-2011 alle ore 08:18
Caro Claudio, “monopolizza” pure, con la competenza e l’efficacia dei tuoi ragionamenti.
E intanto bèccati la seconda puntata della risposta
Hai tirato in ballo la L. 142/2001.
Non ti nascondo che ho ritenuto fin da subito quella una legge SBAGLIATA, come tutte le leggi che (dopo che i buoi sono già abbondantemente scappati dalla stalla) per regolare una fattispecie distorta (meglio: utilizzata in modo distorto) distorcono la fattispecie.
Non ci sono (quasi) più le cooperative sane (pure) ? Bene, facciamo che tutte le cooperative devono essere impure, ma a “certe regole” …
Questo è stato l’errore fondamentale, a cui ne è seguito un altro colossale: mettiamo le cooperative sotto il controllo sindacale, qualcosa di buono sicuramente verrà (non si capisce a chi, se ai lavoratori o ai sindacati, ma questo è un altro discorso) …
Questo grosso errore si divide in due parti:
a. e chi l’ha detto che determinate parti del mondo sindacal-politico non avessero già le mani completamente nella torta – e così gestissero catene di affari a cui la 142 ha dato ulteriore potere lobbistico ?
b. e se in nome della libertà sindacale arriva qualcuno con il contratto a ribasso (cosa poi avvenuta effettivamente) che succede ? ecco perchè criticavo in un mio precedente intervento il protocollo.cooperative del 2007: perchè lo scopo evidente di quel protocollo era quello di sistemare una lotta interna di potere fra sigle sindacali (il bene dei lavoratori, la correttezza delel prassi rimangono – chissà perchè – sempre “sullo sfondo”).
NB io non voglio fare della dietrologia o il solito cui prodest, a me interessa valutare concretamente quel che è successo. Il governo prodi avrà magari fatto la 142 con le migliori intenzioni, ma la concezione di fondo era quella sbagliata.
E siccome l’albero si vede dai frutti, non mi sento assolutamente di dire che dal 2001 ad oggi la situazione delle cooperative si sia migliorata, anzi mi sembra notevolmente peggiorata: perchè se dai uno strumento sbagliato, è faciel rendersi conto come questo strumento si prsti ad un uso ancor più distorsivo rispetto al fenomeno che avresti voluto combattere (credo che dalle tue parti, Claudio, si dica: “un tacòn pegior del buso”).
ma giusto per non monopolizzare IO il blog, soddisfa – se vuoi – una mia curiosità, Claudio: quali sarebbero i punti in cui – secondo le tue parole – mi sarei “spinto oltre la decenza” ?
(.. to be continued)
Scritto il 1-4-2011 alle ore 18:48
Forse è perchè ho la barba bianca, ma che “un primo discrimen lo devono/dovevano fare i professionisti che le seguivano o a cui veniva proposto di seguirle” è una favola cui non credo più. Non che non ci siano professionisti seri, ma è che, per esperienza o meglio per sofferenza personale, si trova sempre qualcuno che per quattro soldi è disposto a fare di tutto e di più.
Che, poi, “Il governo prodi avrà magari fatto la 142 con le migliori intenzioni” è un’ipotesi, ma un’altra più forte è che abbia dovuto pagar pegno a chi lo sosteneva. Del resto questo è certo per il D.lgs 81/2008 ed, essendo Prodi agli sgoccioli della sua avventura, ne è venuta una cosa raffazzonata, con interpretazioni multiple e spesso con parti in contraddizione tra di loro.
Scritto il 1-4-2011 alle ore 20:45
Vedi mr.indecente,
Il divieto di intermediazione ha sempre cozzato con le concrete esigenze delle aziende (prescindiamo al momento della bonta o meno di tali esigenze.
E in tal senso la risposta veniva dalle coop che nel bene o nel male supplivano a tale necessita.
Invece di rivedere il tutto con regole certe e trasparenti si e’ preferito chiudere drasticamente le porte alle coop e spalancarle alle ag.interinali.
Con una differenza, nelle coop i dipendenti erani anche soci mentre nelle ag.interinali i soci erano ben altri.
Invece di meglio disciplinare le coop migliorando le normative di carattere sociale (nel senso di soci) si e’ scelto, e chiediamoci perche….,di soffocare con la l.142 tali strutture liberalizzando l’intermediazione a soggeti ben piu speculativi.
Se tuo figlio copia i compiti non lo chiudi in sgabuzzino per adottare un bambino autorizzato a copiare…
Scritto il 2-4-2011 alle ore 09:08
Caro Emilio (bentornato), sul ruolo dei professionisti nessun tentativo di raccontare “favole”, solo che in un momento di “libertà” la differenza la faceva la serietà individuale (e ti assicuro che la faceva davvero …). E queste sono cose che in un Paese civile e con senso civico dovrebbero contare (in Italia contano un po’ pochino, tira tu le somme…).
Visto che il metro di misura è altro, nessuno si sogna di mettere in discussione che siano necessarie regole, che nel caso della L. 142/01 sono arrivate tardissimo e male.
Sugli “interessi” che muovono determinati percorsi legislativi, ribadisco che non è davvero mia intenzione fare dietrologia politica: vorrei giudicare (confrontarmi con) una norma a partire da ciò che è, senza chiedermi per “chi o cosa” sia stata “realmente” fatta. Certo, tu mi dirai che se una norma è fatta con dietro certi scopi ha ottime probabilità di nascere già storta (e avresti perfettamente ragione …), ma io preferisco attestarmi sul principio evangelico moral-pragmatico per cui “l’albero si vede dai frutti”; la discussione ideologica rimane spesso un po’ frustrante e vaga, ma nel concreto una stupidata si riconosce con discreta immediatezza.
Scritto il 2-4-2011 alle ore 09:49
E torniamo all’ultima parte della risposta a Claudio, che nel frattempo di arricchisce di nuovi spunti man mano che procede la discussione … (che, ricordo, non è “a due” ma “a tutti”).
Il divieto di intermediazione cozzava con gli interessi delle aziende ma aveva un SENSO; nel 1960 (anno in cui sono nate cose meravigliose …:-) ) era una risposta che (molto rigidamente) salvaguardava i diritti dei lavoratori (i quali, detto molto banalmente, nel diritto del lavoro sono “l’altro piatto della bilancia” rispetto agli interessi delle aziende).
Le cooperative ad un certo punto si sono messe a fare intermediazione (“contra legem” e contro lo spirito delle cooperative di lavoro, che era quello di costituire società per dividere il lavoro fra i soci) e visto che non erano nate per quello le fattispecie (anche contributive e retributive) si sono dimostrate subito inadeguate a quella che io – caro Claudio – fatico proprio a vedere come una “missione positiva”, sembrandomi piuttosto un … assalto alla diligenza.
Il fatto che gli utili se li dividessero quattro gatti (ma tutti i soci in parti uguali l’ho visto poche volte …) invece che un gattone (ora, il “proprietario” della agenzia di lavoro) non mi sembra che faccia una gran differenza.
Fanno una gran differenza, invece, un nucleo di garanzie che la somministrazione impone rispetto alla intermediazione “casareccia”; e non vale dirmi che non tutte le agenzie di lavoro le rispettano (cosa che vedo anch’io …), la struttura della norma è buona.
La precarietà non l’ha portata la somministrazione o (prima) il lavoro interinale, visto che – obiettivamente – le cooperative facevano per mezzo del regolamento interno una specie di “lavoro a chiamata” ante litteram: se c’è lavoro ti chiamo (ti affitto) e ti pago, se no no…
Quindi non condividio il tuo tenattivo di sostenere che la somministrazione ha soppiantato le cooperative, ed il conseguente rimpianto… la somministrazione ha colmato un vuoto che nel frattempo era stato riempito sì dalle cooperative, ma con profili di illegittimità sempre più marcati.
Che poi le cooperative gestissero (e gestiscono tuttora) lavori e lavoratori “borderline” (ma in un momento di crisi come questo si sono scoperti in tanti essere molto più borderline di quanto credevano…) non è un gran argomento, a meno che possiamo pensare che esistano due diritti del lavoro, uno per i borderline ed uno per i normali (risultando peraltro abbastanza inquietante stabilire chi e perchè debba stare da una parte e chi dall’altra …).
Ed infatti – ti ringrazio per l’assist – è proprio questo un senso di questo post: parlare di dumping per i 100/400 euro annui della bilateralità artigiana, (stra)parlare di gabbie salariali, di contrattazione di secondo livello, di incentivi alla produttività, di negazione di “diritti-totem” dei lavoratori (per quanto nessuno nega che siano argomenti importanti) diventa a mio modesto avviso un po’ discorso da “sesso degli angeli” quando vi è un flusso corposo di lavoratori che viaggiano a ben altre velocità.
E che questa velocità DEVONO essere fatti viaggiare da un sistema che altrimenti dovrebbe dirti che bel altro costo avrebbe il giornale, il cappuccino, la merce nella GDO, la pulizia degli uffici pubblici e delle strade, la gestione dei rifiuti, l’assistenza negli ospedali e le mille altre cose piccole e grandi che fanno il nostro quotidiano e che permettono ad alcuni di lucrare sullo spreco generale di risorse (anche … umane).
Scritto il 2-4-2011 alle ore 09:55
Laciatemi solo aggiungere una cosa, si è cominciato parlando di cooperative ma non vorrei limitarmi qui: i risvolti di dumping negli appalti hanno molteplici sfaccettature, ed un aspetto particolarmente inquietante stanno assumendo, ad esempio, certe fattispecie di distacchi transnazionali che nelle pieghe della norma stanno portando nel nostro Paese manodopera (illecitamente) concorrenziale a basso prezzo (e basse tutele, etc etc.).
Insomma, le “furbizie” sono molteplici.
Scritto il 2-4-2011 alle ore 12:59
Vedo che sei un inguaribile ottimista. Io ora non più, sia perchè come ho già scritto ho la barba biacca, sia perchè, per motivi professionali, la famosa storia di Mani Pulite l’ho vista dall’interno (avevo contati quasi quotidiani con alti esponenti delle più grandi imprese edili italiane) e so benissimo che la vulgata di questa vicenda è tutt’affatto diversa dalla realtà.
Ho divagato intenzionalmente e divago ancora, solo per comprovare ulteriormente come procedono, purtroppo, le vicende in Italia.
Che la genesi del D.lgs. 81/2008 sia quella che ho denunciato, lo so per certo sia perchè sono un coordinatore della sicurezza ed il corso l’ho sostenuto con chi ha contribuito a stendere il titolo IV, sia perchè ero presente ad un convegno cui partecipava un sottosegretario al lavoro il cui intervento palesemente dimostrava quanto ho scritto nel precedente commento.
Sic stantis rebus….
Scritto il 2-4-2011 alle ore 16:30
Non sono un ottimista (quantomeno spero di essere “guaribile
), il bianco sulla barba ce l’ho anch’io (insieme a diverse taglie in più, purtroppo …).
Quando in Italia si disegna una legge, cominciano pressioni delle varie lobby interessate alla cosa, è una cosa che so bene … (per non parlare di quando una legge sia scritta addirittura direttamente da/per una lobby…).
Cercare di affinare strumenti normativi, ancher con la critica, serve per confrontare lo stato dell’arte e fare passi avanti, si può tentare oppure rassegnarsi, ma allora Emilio perchè scrivere in un blog se non perchè sotto sotto qualche fuoco cova ancora sotto un po’ di cenere …
per concludere: mi è capitato in altri post di dire (e quindi mi scuseranno coloro che la prenderanno come una ripetizione) che rispetto al lavoro il vero nodo è un cambio culturale, senza il quale ogni legge, anche la migliore, si infrange sul proprio limite (che è quello di non poter arrivare dappertutto …).
Scritto il 5-4-2011 alle ore 14:48
Sono un imprenditore e ho letto con più interesse gli articoli da Lei suggeriti (Suo compreso) che non questo blog comunque interessante. Mi sembra infatti che in alcuni punti si sia lasciato un pò prendere la mano.
Quello che vorrei capire, è però se a questo punto Lei propone di annullare completamente l’appalto visto che è così complesso: a me al giorno d’oggi non mi sembra possibile.
E mi sembra anche impossibile tuttas la mole di procedure che bisognerebbe seguire per essere sicuri anzi, forse per non essere mai sicuri.
Insomma io non dico che non ha scritto cose interessanti e anche vere, ma ad ascoltare Lei si rischia la paralisi di ogni attività.
Scritto il 5-4-2011 alle ore 15:34
Caro Giuseppe, grazie del passaggio da queste parti e delle Tue considerazioni (ci diamo del “tu” ?).
Può essere che in qualche passaggio mi abbia “preso l’enfasi”, ma ti assicuro che il problema ha aspetti estesi ed inquietanti.
Sono impenditore e consulente di imprenditori, MAI mi sognerei di congelare l’appalto e il processo, irrinunciabile, di esternalizzazione produttiva che ormai è diventato una regola.
)
E’ invece vero che è una fattispecie complessa e piena di insidie.
In questo senso, il compito del legislatore (e, molto più modestamente, di un commentatore) è quello non solo di evidenziare i problemi ma possibilmente di semplificarli: propendo per un complesso di regole equilibrate e fattibili, che tutelino per l’imprenditore che si rivolge DEL TUTTO LEGITTIMAMENTE all’appalto ma che salvaguardi anche i diritti di chi ci lavora dentro.
Oggi invece c’è diversa imprecisione, molta equivocità e pertanto vi sono scarse tutele anche per l’imprenditore che vuole fare le cose bene.
A meno di pesantissimi e onerosissimi controlli (e pure con tanti margini di indecidibilità); lo so bene in quanto uno dei miei servizi professionali (ma NON mi sto facendo pubblicità …)è proprio offrire assistenza in queste fasi di controllo d’appalto da parte dell’appaltante (e posso assicurare che “ho visto cose che voi umani … ”
Non bisogna puntare alla paralisi, con leggi mostruose e complicate, ma al contrario alla razionalizzazione: poche regole ma efficaci – invece per quanto riguarda l’appalto ne abbiamo diverse, ma circolari (nel senso che si avviluppano su se stesse …).
Le complicazioni inutili NON FANNO MAI BENE: legittimano il ricorso a pratiche scorrette (tanto “non sei mai a posto”, oppure “non ci si capisce nulla” …) ed allo scoraggiamento di chi vorrebbe fare le cose decentemente.
Come vedi, parliamo la stessa lingua (mi pare) e mi dispiace di averti dati una diversa impressione.
Scritto il 5-4-2011 alle ore 23:56
Per la verità uno dei mezzi più semplici per appalti sicuri, per lo meno in quelli pubblici, è quello che l’appaltatore debba rilasciare una fidejussione per l’intero importo dell’appalto. E’ evidente che le banche le puoi imbrogliare una volta ma poi basta, anche perchè tra di loro c’è un continuo passaparola.
Non è un sistema che ho inventato io, ma è la normale prassi negli Stati Uniti, dove con questo metodo, ad una gara si presentano tre o quattro tra le più affidabili imprese nel campo dell’appalto e non venticinque come in Italia.
Scritto il 6-4-2011 alle ore 10:57
La fidejussione, caro Emilio, è IL mezzo “di garanzia” per eccellenza che personalmente consiglio negli appalti.
Questo non toglie ogni onere di controllo ed accertamento da parte del committente sul rispetto delle condizioni economiche, retributive e assicurative da parte dell’appaltatore, anche visto certe fidejussioni “di comodo” che girano in Italia (condediamoci una battuta: forse tu puoi imbrogliare le banche una volta sola, ma c’è da chiedersi quante volte le banche – i fidejussori – possono imbrogliare te …) .
Sono comunque felice che il dialogo si sposti anche sul piano tecnico e quindi ti ringrazio per l’intervento.
Scritto il 7-4-2011 alle ore 20:24
Questi fanno pure le buste paga “http://test.dinamoweb.net/m_solution/index/index/azienda.html”
Scritto il 18-4-2011 alle ore 06:53
Ragionando fra me e me su un tema che non mi interessava direttamente scopro che anche la mia azienda ha un appalto in corso, l’impresa che ci fa le pulizie in azienda e negli uffici.
Ma non abbiamo fatto nessun controllo, la ditta la conosciamo da anni e ci sembra della massima fiducia, inoltre sul contratto è scritto chiaramente che ogni onere relativo sarà a suo carico.
Rischiamo qualcosa ? C’è qualcosa che dovremmo fare ?
Scritto il 18-4-2011 alle ore 09:20
Caro Andrea, grazie dell’intervento che ancora una volta ci porta sul “tecnico”.
Un problema come il tuo è più frequente di quel che non si creda.
Sicuramente hai un obbligo ben preciso (art. 26 d. lgs. 81/08): quello di valutare l’idoneità tecnico-profesionale dell’esecurtore del servizio appaltato . Su quest’obbligo rimando te e gli interessati ad un interessante intervento qui su Postilla http://andrearotella.postilla.it/2010/02/12/art-26-dlgs-812008-indicazioni-pratiche-per-eseguire-la-verifica-dellidoneita-tecnico-professionale/
Lì ti rimando e qui ti rispondo in modo molto più sintetico: in genere, in un caso come il tuo, sarebbe indispensabile quantomeno un certificato del reg. imprese, in cui verificare (ad esempio) che l’attività è stata dichiarata ed è iniziata (ciò vuol dire che vi è anche un resp. tecnico per le pulizie: molte aziende “multiservizi” cominciano con una attività e poi la estendono senza nemmeno rendersi conto) e un durc valido.
Senza questo accertamento, qualsiasi cosa succeda può ritorcersi immediatamente contro la tua azienda.
Sempre nel contratto d’appalto, va indicato se vi sono o meno rischi di interferenza: in caso affermativo va fatto il DUVRI (anche su ciò trovi utili riflessioni nella sezione “sicurezza” di Postilla ) e ne vanno precisati i costi nel contratto di appalto.
Poi direi che dovresti identificare (anche a norma “privacy) i lavoratori che esercitano in concreto le pulizie (ps: li hanno i tesserini di riconoscimento ?) , verificare se sono regolarmente assunti/inquadrati e come e da quando.
Tutto ciò si pone come carattere preliminare e sotto molteplici risvolti obbligatorio.
Poi dovresti verificare periodicamente – a tutela della tua responsabilità solidale – che vengano effettuati gli adempimenti ed i versamenti relativi al personale a cura dell’appaltatore (se scorri i vari riferimenti di questo post un po’ di documentazione ed informazioni le trovi).
Nulla di eccezionale, in fondo, ma ci vuole tanta attenzione da parte di tutti perchè – come tu giustamente hai rilevato – “appalto” non è solo la Grande Opera, ma è anche il piccolo servizio quotidiano sul quale si rischia di dare molto per scontato.
Scritto il 20-6-2011 alle ore 14:50
Salve,
le chiedo cortesemente di darmi alcune delucidazioni sulle incompatibilità del lavoro part time degli enti locali.
La mia domanda è la seguente: può un dipendente assunto dal Comune a tempo determinato part time (20 ore settimanali) ricevere un incarico di co.co.co o co.co.pro. in una società privata? Naturalmente rispettando gli orari di lavoro dell’ente comunale. C’è bisogno di un nulla osta da parte dell’ente comunale?
Anticipatamente ringrazio
Scritto il 25-11-2011 alle ore 07:37
Sono totalmente d’accordo con lei. i tempi della crisi hanno aumentato il fenomeno delle coop di serie B e C. di conseguenza i diritti di chi lavora sono stati fatti ancora un pò di più a pezzetti.
vedo chè stato nominato da qualcuno il contratto UNCI che è una vergogna e una presa in giro. purtroppo lei sembra restio a fare i nomi.
inoltre vorrei aggiungere che è tutto il sistema che è da cambiare, sembra che non possiamo fare a meno di tirare al ribasso e comunque pagando a tutti il giusto molti prodotti aumenterebbero di prezzo, si perderebbero altri posti di lavoro e il ciclo della crisi continuerebbe. e alllora che si fa ?
Scritto il 26-11-2011 alle ore 14:57
Giuseppe, in poche parole mi hai stimolato talmente che divido la risposta in due
prima parte
Il contratto UNCI che tu citi è uno di quei contratti, in effetti, con “scarso senso del pudore”; non è l’unico, tuttavia e se non ci fosse ne spunterebbero altri.
Ecco perchè preferisco segnalare la logica piuttosto che fare polemica.
Inoltre sono tenuto a ciò non certo da qualche timore personale ma dal rispetto verso l’editore che ci ospita e verso chi legge.
L’editore, che lascia , diciamolo a suo onore, assoluta libertà a noi “bloghessionisti”, non merita davvero di essere trascinato in cause o polemiche, magari per poche parole sbagliate o prese di posizione.
Chi legge, del resto, si confronta su temi professionali: quando vuole scandali e rivelazioni (“i nomi, fate i nomi !” ) ha molta stampa (Dio mio, qusi tutta oggi come oggi )pronta a servirgleli su un piatto d’argento.
Questo è il confine che ritengo corretto fra confronto professionale e pubbli-informazione.
Non so se ti ho dato soddisfazione, spero di averti spiegato come la penso
Scritto il 26-11-2011 alle ore 15:03
seconda parte
Giusepep dice una cosa important: il sistema è da cambiare.
Introduco due temi per chi vorrà confrontarsi:
a. il ricatto occupazionale: se non ci fai usare ciontratti al ribasso, andiamo altrove, chiudiamo tutto.
Sulla base di ricatti di tal fatta, spesso pretestuosi, non si va da nessuan parte ed il circolo del ribasso è un vortice ch esprofonda sempre più, al peggio sembra non esserci mai fine.
Tanto per stare nel tema, non mi sembra oggi che il contrattto unci sia usato per creare posti di lavoro da onlus e benefattori … qualcuno, in cima, in mezzo, qua e là. che LUCRA c’è.
b. il sitema
sì cert…. con tutto in regola i nostri consumi costaerebbero molto di più …
hmmmm e se fosse lo stimolo a conumare meno e meglio ?
cioè , se il tema del GIUSTO costo del lavoro fosse uno dei punti di affronto dell’uscita dal circolo vizioso consumo-spreco-inquinamento-depredamento delle risorse – PIL – produzione e consumate di più se no si va a fndo ?
ci sono altri valori, altri modi di vivere ?
se il pane, il iornale, i servizi costassero molto di più, senza sfruttare nessuno, magari scopriremmo che di qualcosa, suvvia,possiamo anche fare a meno
magari un bel po’ di robaccia inutile, perchè no …
ma qui attendo vostre eventuali riflessioni …
Scritto il 27-11-2011 alle ore 00:25
Non concordo molto, o forse non capisco il significato dato al termine, sull’aspetto ricattatorio dei ribassi sui contratti. Il problema mi pare diverso e cioè che con i ribassi italiani (ben maggiori di quelli adottati in altre plaghe del mondo cosiddetto civile) ci si metta nelle mani di avventurieri o che, direi quasi per necessità, il servizio reso sia pari al valore finale del contratto, ossia assai scadente. Per ciò mi pare solo banale demagogia le liberazioni di Bersani, che, per altro, si è ben guardato di incidere sui poteri forti. Per la verità sussiste una terza possibilità, tipica nel campo delle opere pubbliche. Vale a dire che il ribasso sia una pura finzione, tanto, poi, si aggiusta il tutto con perizie di variante (ne sono testimone). E non necessariamente servono mazzette: bastano buoni agganci politici (sui rapporti tra imprenditori e politici sarebbe molto interessante discutere, se non altro per chiarire che l’impostazione di Mani Pulite è stata una bufala, come sa bene chi ha visto gli avvenimenti dall’interno).
Concordo con il fatto che non si deva sfruttare nessuno e che, anche perchè sono definito spartano dai miei conoscenti, si possa fare a meno di molte cose, quelle che sono le necessità indotte dalla smania di voler apparire a la page. Tuttavia non mi piace il pauperismo che mi pare di avvertire nel commento di Andrea Asnaghi, un po’ per mia Weltanschauung, un po’ perchè toccherebbe alcuni, ma non altri. Forse (utopia?) la soluzione è intervenire sulla pubblicità, non tanto con una forma di censura, ma accompagnandola con un’informazione critica sui prodotti promozionati, cioè non educare (orribile il pensare di farlo con chi ha raggiunto l’età della ragione) ma informare.
Sono in qualche modo “sospeso” ed in contraddizione con me stesso sul fatto che tutto debba essere fatto sempre secondo le regole. Da un lato sono fortemente dell’opinione che dura lex sed lex, dall’altro non sopporto certi aspetti che sono solo pesante gravame burocratico, in cui la burocrazia nostrana è ben supportata da quella della Comunità Europea.
Mi riferisco, ad esempio, al D.lgs. 81/2008 (penso che scandalizzerò Ugo Fonzar).
Questo decreto tratta allo stesso modo lavori edili di qualche migliaio o di svariati milioni di euro. Cioè equipara situazioni incommensurabili. E’ vero che nella sua prima stesura esisteva una diversificazione tra lavori di durata di più o meno di 200 uomini giorno, ma poi le aquile nullafacenti di Bruxelles ne hanno imposto la cancellazione. Altra dabbenaggine è il dover redarre il piano di sicurezza e coordinamento a priori, in fase di progettazione. E’ fattibile per lavori banali (ad esempio la ristrutturazione di un appartamento ed anche la costruzione di un edificio di non elevata altezza), ma per grandi opere opere d’arte infrastrutturali, in cui sono necessarie attrezzature speciali del valore di milioni di euro, si riduce ad essere uno sterile esercizio scolastico: che ne so di chi vincerà la gara e di quali attrezzature già dispone? Il pretendere che il coordinatore le decida a priori è solo far filosofia e non conoscere la realtà dei grandi cantieri.
Capisco di essere uscito dal seminato di questo blog, ma è solo per corroborare queste note su quanto scritto da Andrea Asnaghi.
Scritto il 27-11-2011 alle ore 18:09
Caro Emilio,
non credo di essere un populista o un pauperista.
Anche la mia “visione del mondo” si allontana da questi modelli, sia nel metodo che nel contenuto.
Quando parlo di ribasso (termine che mi accorgo dal tuo intervento essere equivoco) non parlo di prezzi ma di COSTI: in particolare i costi del personale che, come spiegato abbondantemente nell’articolo iniziale, tendono poco virtuosamente al ribasso – con depressione del trattamento ai lavoratori.
Può darsi che in qualche caso (ma non sempre, a volte è una scusa) ciò dipenda da leggi di mercato, personalmente prima di tagliare determinati costi necessari (a meno di spiegarmi come si fa a mandare avanti una famiglia con meno di 1000 euro al mese …)taglierei tanti sprechi, anche in termini di super.bonus al management o di vizi/sfizi personali dell’imprenditore.
Questo nell’appalto, ed in tutta la catena corrispondente, è oggi ben visibile. La soluzione semplice o drastica (tipica di un certo populismo) non esiste, il problema è complesso, ma … non è e non deve essere a senso unico (meno costi e basta).
Cero, si potrebbe cominciare a pensare se TUTTI i diritti dei lavoratori, per così come esistono e sono gestiti, siano davvero equilibrati e non portino invece a fondo la baracca. Del resto, a volte un nucleo di questi diritti vale solo fin che vale, poi arriva la crisi, un incidente, un accordo politico, una copertura sindacale a spazzare via tutto.
Che poi in Italia, particolarmente, quando si parla di garanzie e diritti molto spesso si parla di procedure e di CARTA, di forma e non di sostanza, è vero e ne sono consci (credo) tutti coloro che cercano di proporre una consulenza seria e di sostanza (visto che citavi Fonzar).
Chi si è occupato di revisioni normative (a volte mi è capitato) sa che ci sono equilibri difficli, a volte drammatic, tra semplificazioni e garanzie, tra flessibilità e sicurezza (poi, si può coniare qualche neologismo, tipo “flessicurezza”, ma non è un nome che fa una svolta – purtroppo).
Se a qualcuno interessa, tanto per dire, e per aumentare la discussione, il Centro Studi dei Consulenti del Lavoro di Milano, in un recente convegno (24 ottobre 2011) sull’appalto ha avanzato un certo nucleo di proposte di riforma normativa (per chi volesse, sono disponibili le slides su http://www.consulentidellavoro.mi.it/ ) nulla è facile, ma una sisntesi deve essere possibile.
oppure si lascia che il circolo vizioso del ribasso (nb di trattamento economico nei processi di esternalizzazione) vada avanti, fino a che l’insostenibilità economica e sociale di certe scelte travolgerà tutti
(e non so a voi, ma a me dormire su una polveriera non è mai sembrata una bella opzione…).
Scritto il 3-12-2011 alle ore 15:47
Gentilissimo Andrea Asnaghi,
ora che ho capito l’accezione per il termine “ribasso” mi trovo perfettamente d’accordo: ciò che avevo inteso era un evidente riflesso condizionato professionale.
Due sole note.
Il dover mandare avanti una famiglia con meno di mille euro al mese è indubbiamente inaccettabile a Milano, a Udine, a Roma ed in tante altre città. Non lo è in alune plaghe, essenzialmente del sud, dove con 1000 euro di certo non si può scialare, ma si vive con sufficiente decoro. Sono del parere di Bossi circa le gabbie salariali: la loro abolizione è stata di fatto l’introduzione di pesanti sperequazioni.
Sono d’accordo con il fatto he una soluzione semplice e drastica non esiste. Da liberale non sopporto l’attuale selvaggio libero mercato.
Tuttavia, delimitato un preciso recinto, credo che tutti debbano muoversi in esso alla pari. Per cui mi vanno bene le cooperative per solo necessità essenziali o per mancanza di alternative. Per il resto non sono disposto a finanziare previlegi altrui (non esiste solo la casta dei politici, ma anche quella di certe cooperative), soprattutto ora che si conoscono le avvisaglie del programma di Monti (nuova pressione fiscale, tanto per cambiare).
P.S. picolo aneddoto per dare ulteriori elementi di valutazione del mondo cooperativo.
Una cooperativa emiliana ha preso un appalto i cui lavori ricadono nel Titolo IV del D.lgs 81/2008. Ha iniziato i lavori da alcune settimene ma a tutt’oggi della documentazione che DEVE presentare ha fornito circa il 5%. In altre parole alcuni (pochi) soci con una dose di potere se ne impippano allegramente degli altri (tanti).
Scritto il 13-12-2011 alle ore 15:56
Caro Emilio,
personalmente penso che le cosiddette gabbie salariali siano potenzialmente un rischio, parlerei di differenziazioni mirate sul territorio, per settore e per condizione (che non vuol dire necessariamente Nord/Sud).
Concordo al 200 % sul fatto che fuori di queste eccezioni (gestite in modo onesto e trasparente, e non soocio-politico-sindacalmente clientelare) ci si debba muovere “alla pari” come dici tu, cioè con regole e costi comuni e condivisi.
Le cooperative, poi, NON sono tutto il male e non esauriscono certo la complessa problematica (vogliamo parlare, ad esempio, dei distacchi in ambito comunitario e dei MAGHEGGI connessi, che sfruttano anche buchi normativi ?).
Bisogna intecettare i furbi e gli scorretti. Punto e basta.
Se lo si fa si vince tutti, se si continua a sbagliare mira vincono loro (i furbi) e si perde tutti insieme (COMPRESI I FURBI, perchè il cancro, alla fine, muore insieme con il corpo che ha consumato …).
Scritto il 14-6-2012 alle ore 19:56
hmmm … riapro questo post (ma nessuno è mai chiuso) per sottolinerare e sottoporre alla vs. attenzione la lettera circolare Min. Lav. n. 10310 del 1 giugno 2012.
qui: http://www.lavoro.gov.it/nr/rdonlyres/424fa5be-58e2-4c55-a1ac-5cf796617c9a/0/20120601_lc.pdf
Non tutto è chiaro e lapalissiano ma … insomma, qualche riflessione si muove !
Scritto il 26-9-2012 alle ore 20:09
ciao Andrea
sono un artigiano no scusa ero, grazie a una coperativa che mi forniva personale ho avuto la visita dell’inps e ispettorato del lavoro. Dove mi hanno fatto un verbale di 15000€ perchè le ragazze non potevano lavorare presso la mia azienda, più mi sono stati aggiunti 31000€ di contributi che non a versato..nonostante che le fatture sono sempre state pagate. NON USATE LE COPERATIVE SONO LA ROVINA
Scritto il 6-10-2012 alle ore 09:58
Grazie della tua sintetica ma significativa (e molto REALE) testimonianza, monia.
Permettimi solo di rettificare il “non usate le cooperative” con “NON FATE FINTI APPALTI” , cooperative o no che siano.
I rischi sono infatti quelli in cui sei incappata.
Scritto il 9-10-2012 alle ore 16:35
Andrea inanzi tutto grazieper avermi risposto
scusa ma non mi do pace se io sono stata truffata perchè sono io che devo pagare? Ma la giustizia non esiste???? Lui è tranquillo senza pensieri e io a 32 anni sono rovinata cosa posso fare?
Scritto il 9-10-2012 alle ore 18:58
Il fatto è che lo stato è assolutamente inefficiente ed impone ai privati i controlli che dovrebbe fare lui, ovviamente ben assecondato dai burocrati (che, (per inciso, sono quelli che preparano il testo delle leggi) che così si scaricano di ogni responsabilità.
Magro conforto par Monia: il suo campo non è l’unico. Al riguardo direi che è principe quello sicurezza.
Oltretutto ho la netta impressione che su certi argomenti sia impossibile avere giustizia: certe categorie sono colpevoli a prescundere.
P.S. per Andrea Asnaghi. Sono ancora vivo
Scritto il 17-11-2012 alle ore 18:19
Cara Monia (scusa il ritardo nella risposta ma continuo a non ricevere segnalazione degli interventi).
la giustizia è difficile da affermare con la attuale carenza di controlli, benchè nel tuo caso siano arrivati (purtroppo in ritardo) e abbinao scoperchiato una situazione in cui sei incappata.
Per i controlli, non è che ci voglia l’ingegno del tenente Colombo, basta sfogliare la rubrica del telefono (e la nostra Pubblica Amministrazione avrebbe anche “qualche” mezzo in più …) per cogliere (da 25 anni almeno …) una proliferazione innaturale delle cooperative (che, lo dico per giustizia, non sono certo l’unica fonte di elusione e non sono tutte colpevoli), takle da far supporre che le cooperative “spurie” siano comunque in un certo numero…
Come ricorda Emilio (ben ritrovato) non è l’unico campo in cui i controlli latitano e le idee si perdono nei meandri della burolegiferazione, che unisce la mancanza di immaginazione (in senso proattivo) al poco realismo di certe soluzioni normative .
E sugli appalti, siamo riusciti in un anno a veder cambiare di tutto senza alcun apprezzabile miglioramento dello stato dell’arte riguardo all’uso di appalti (e contratti) improbabili , anzi …
scarsa volontà politica ? scarsa intelligenza ?
non so
ma ammetto un certo senso di demoralizzazione, come perosna e come professionista
Scritto il 17-11-2012 alle ore 19:11
scarsa volontà politica ? scarsa intelligenza ?
Mi sembra più verosimile un’altra spiegazione.
Siamo o non siamo il posto del Gattopardo?
Del resto con il legiferare in modo incisivo si corre il rischio di scontentare qualcuno e, quindi, di perdere voti ed appoggi economici/mediatici.
Scritto il 27-12-2012 alle ore 13:27
il sistema economico attuale si basa anche su sacche di economia sommersa o di diritti sommersi
mi pare evidente, così come mi pare antistorico continuare a “marmorizzare” in blocco tali diritti, senza accorgersi che il mondo è cambiato (e che non stiamo parlando delle Tavole della Legge – quelel di Mosè per intenderci)
sia come sia Emilio, mala tempora currunt … ma ciò non evita di scambiarci auguri , anche per ,,. tempi migliori
Scritto il 27-12-2012 alle ore 18:42
Grazie ed auguri anche a te.
Scritto il 26-1-2013 alle ore 20:43
Ciao Andrea
La mia domanda è molto semplice, vorrei sapere se è vero che in un posto di lavoro dove operano dipendenti della ditta committente in promisquità con operatori di una cooperativa,ci debbano essere delle diversità, una che mi è stata detta da un responsabile della sicureszza, è che dove passano o operano i dipendenti, quelli della cooperativa, non possono passare , è vero? A me sembra assurdo e discriminatorio.
Certo di un tuo riscontro,saluto e faccio complimenti per i tuoi interventi
Scritto il 29-1-2013 alle ore 23:32
Ciao Carmine, risposta sintetica:
la promiscuità di operazioni e lavorazioni andrebbe tendenzialmente evitata, in quanto indice di somministrazione (se l’appaltatore deve eseguire un’opera con rischio di impresa, dovrà farla in proprio, se i lavoratori sono mischiati il rischio – e la possibilità di fare un prezzo che non sia il prezzo orario del lavoratori forniti -sfugge).
Anche la separazione di spazi può servire a tal fine.
Che dove passi uno non possa nemmeno “passare” un altro, è eccessivo. Ai fini delal sicurezza, in caso di lavorazioni contigue o di spazi comuni, vanno evitati i rischi c.d. “di interferenza” , ma questo è un altro discorso.
comunque il problema della promiscuità non è formale ma sostanziale: se si fa un’opera o un servizio è appalto, se si forniscono braccia è somministrazione (illecita)
Scritto il 30-1-2013 alle ore 15:55
Grazie Andrea per la tua sintetica ma veloce risposta al mio quesito , essendo io operaio di una cooperativa che (paga secondo il cnn, che versa tutti i contributi al 100%,e che ci da’ 26 giorni di ferie 32 ore di permessi retribuiti più 40 ore di rol all’anno) a parte la paga un po’ bassa direi che non posso lamentarmi.
il mio problema è proprio la lamentela dei dipendenti della ditta committente, che ci ritengono operai diversi, ed a qualsiasi situazione di inefficenza cercano di addossare tutta la colpa a noi.
L’ultima era proprio quella del fatto che noi non potevamo passare dove passano loro, il che mi sembrava come rispondi tu eccessiva
Posso approfittare eventualmente ne avessi bisogno ad approfittare della tua esperienza in materia?
Cordiali saluti
Carmine.M
Scritto il 2-2-2013 alle ore 12:04
sì Carmine, puoi “approfittare”
soprattutto se ciò contribuisce al dibattito
rispetto a quanto dici, vi sono cooperative – come la tua, da quel che comprendo – che escono dal contesto (di mero dumping e sfruttamento) di cui parlavo nel post.
non tantissime ma ve ne sono, e fai bene a tenertela stretta
il contrasto coop interna / dipendenti è una cosa frequente
devi comprendere che la posizione della tua cooperativa può essere precepita dai lavoratori della azienda come potenziale “antagonista”,soprattutto in momenti di crisi coemn questi
(non dico che sia giusto, sto solo spiegando il meccanismo psicologico)
di fatto, in qualche caso l’antagonismo è anche reale, qwualcuno preferisce esternalizzare a costo minore e ridurre i rapporti di lavoro diretti, più onerosi sotto tanti punti di vista
da tempo molti invocano un maggior equilibrio fra i cd. “insider” ed “outsider” del mercato del lavoro, in sostanza una diminuzione di alcune tutele e costi sicuramente troppo onerosi e un po’ abusati, a favore di una maggiore e più equa distribuzione delle stesse anche verso gli outsider
tutto ciò – ovviamente- vale come discorso generale, mentre come osservazione particolare rimane sempre il concetto che il lavoro che svolge la tua cooperativa in quell’azienda deve essere un servizio particolare e ben identificabile, senza che vi sia commistione “sospetta” dei lavoratori, nel qual caso si tratterebbe non di appalto genuino ma di somminstrazione illecita, fattispecie (giustamente) vietata – e con riflessi anche sotto il profilo penale.
Scritto il 2-2-2013 alle ore 17:00
Ciao, sono tornato.
A proposito di dumping, sfruttamento e delizie simili, raccontosono venuto a conoscenza del caso di una grossima cooperativa che opera nel campo della grande distribuzione.
Con la crisi ha bisogno di ridurre il personale e, sin qui, nulla di strano.
Certo non può licenziare o chiedere cassa integrazione visto il suo “colore”, soprattutto in campagna elettorale. Però, approfittando di una clausola del contratto di lavoro, ha spostato alcuni dipendenti entro il raggio di trenta chilometri da quello che sin lì era il loro punto di lavoro. Guarda caso, almeno alcuni di essi dovevano già percorrere oltre trenta chilometri per arrivarci ed ora una sessantina.
Certo non sono stati licenziati, ma è un’ignobile ipocrisia, avvenuta nel più assoluto silenzio di sindacati e loro rappresentanti sparsi.