5 settembre 2011

La revisione dei tirocini di inserimento è un paradigma emblematico dei problemi del lavoro

Dove va il tirocinio di inserimento lavorativo ?

Adapt ha recentemente pubblicato sull’argomento una serie  di riflessioni, documentazione ed  interventi, ottimamente raccolti in un dossier molto completo ed articolato di cui consiglio vivamente la lettura a chiunque fosse interessato ad approfondire il tema.   Anche l’amico e collega Paolo Stern , oltre al suo  blog   di meritevole successo, ha dedicato al tema alcuni altri egregi interventi  (vedi).

Colgo, fra i possibili, questi riferimenti per significare come l’argomento sia  dibattuto; in particolare, di fronte all’evidenza che i giovani spesso sono costretti ad un  passaggio lungo e pletorico fra numerosi e non sempre utili stage prima di approdare (forse) a qualcosa di più concreto, ci si chiede quanti di questi stage non nascondano, invece, fra le righe, forme più o meno costruite di vero e proprio sfruttamento (manodopera a costo esiguo e senza vincoli) che in alcuni casi vanno addirittura in concorrenza con rapporti di lavoro regolare.

La questione ritorna, obiettivamente, di primissima attualità con l’annunciata revisione normativa (art. 11 D.L. 138/11, la  c.d. “manovra di Ferragosto”) del tirocinio, che contiene una stretta molto rigorosa dello stesso: in estremissima sintesi (stiamo commentando qualcosa che potrebbe variare da un momento all’altro…) il tirocinio di inserimento di soggetti non svantaggiati avrebbe una durata massima di 6 mesi e potrebbe  attivarsi solo entro 12 mesi dalla data di  conseguimento del diploma o della laurea.

Non voglio commentare ora questa modifica, né (sempre per ora) intervenire su una valutazione  della fattispecie, quanto piuttosto cogliere lo spunto della vicenda “tirocinio” – che al riguardo mi sembra paradigmatica – per cogliere alcune delle linee di tendenza del mondo del lavoro ( e forse non solo di esso).

1. La corsa all’escamotage.

Leggi, ispezioni, disposizioni, sanzioni, certificazioni, interpelli, orpelli vari: non c’è nulla da fare, permane nella cultura italiota del lavoro ( e non solo) la ricerca della soluzione a basso costo (bassi oneri, bassi vincoli, etc.). Che ciò si realizzi con soluzioni facilonistiche e raccogliticce, oppure con complicati intrecci normativo-sociali (cioè con soluzioni equilibristiche al crocevia fra varchi normativi e coperture politico-sindacali) poco importa: la condizione fondamentale è spendere poco e non aver vincoli. Ecco pertanto che fattispecie interessanti e ricche di opportunità (quali il tirocinio, appunto), apprezzabili per la flessibilità (in questo caso, introduttiva al mondo del lavoro della popolazione giovanile o disagiata)  finiscono per essere abusati e distorti.  Ogni tentativo di introdurre flessibilità intelligente, rischia di finire nelle fauci onnivore di questa richiesta di scorciatoie che è un fenomeno social-culturale tanto brutto quanto diffuso. E il tutto (siamo onesti) non è solo riconducibile alle rigidità normative,  al costo del lavoro, all’incertezza del diritto, allo sbilanciamento protezionista dell’attuale indirizzo giuslavoristico … no, siamo proprio fatti così (male).

2. La soluzione  legislativa “tranchant”

La risposta normativa a siffatta situazione di fondo qual è ? Una “botta” di rigidità normativa; come da (piuttosto bolso) avviso che una volta campeggiava nei piccoli esercizi  commerciali, “per colpa di qualcuno non si fa più credito a nessuno”:  quindi, un bel giro di vite a cercare di intercettare le prassi scorrette nate dalla flessibilità normativa (ma talvolta anche generatesi spontaneamente). Non di rado ciò comporta la pesante riduzione delle fattispecie interessate o addirittura il loro completo stravolgimento (due esempi illustri di stravolgimento  in tal senso nel recente passato sono, a mio modesto avviso,  la 142/01 sulle cooperative e la normativa sul lavoro a progetto). Notazione  interessante: i giri di vite normativi, che spesso assomigliano al vecchio concetto del “buttar via il bambino insieme con l’acqua sporca”,  curiosamente sortiscono l’effetto per cui il bambino muore sicuramente, mentre l’acqua sporca continua a rigenerarsi peggio di prima.

A dire il vero, nel caso in questione mi sembra che alcune delle modifiche proposte riguardo al tirocinio dal DL 138/11 non siano così malaccio ed abbiano un certo senso, anche se (obiettivamente) in parte determinano una maggiore rigidità ed un deciso ridimensionamento delle possibilità di attivazione dei tirocini; si riconosce al tirocinio, più che una natura specificamente formativa (riservata maggiormente all’apprendistato) un funzione di “assaggio” del mondo del lavoro al giovane inesperto (funzione spesso quantomai utile), tentando di porre un freno al fatto che il giovane continui ad “assaggiare” senza cominciare mai a “nutrirsi” veramente, per l’abuso di stage.

3. Gli inefficaci partners del riformismo lavoristico

Vi è tuttavia un altro dato molto significativo: rispetto a molti altri contratti e fattispecie, il tirocinio non può essere attivato con un “fai da te” dal datore di lavoro, ma si realizza (non solo in fase di attivazione, ma anche in quella di tutoraggio, cioè sostanzialmente di realizzazione e controllo) unicamente con l’attivo e fattivo concorso di un ente promotore.

Lista di alcuni degli enti titolati per legge alla promozione:

  • Soggetti pubblici, anche su proposta di enti bilaterali e associazioni di categoria;
  • Scuole ed università;
  • Agenzie regionali per l’impiego e uffici periferici del Min. lavoro;
  • Centri pubblici di formazione e orientamento;
  • Servizi di inserimento lavorativo;
  • Consulenti del lavoro (tramite la Fondazione Consulenti).

Insomma , per dirla in breve, enti pubblici e locali, parti sociali, pubblica amministrazione, scuole ed istituti di formazione, agenzie per il lavoro, il fior fiore del professionismo giuslavoristico: tutti partner qualificati a cui, qua e là, sono affidati anche altri importanti compiti normativi e regolativi del lavoro e del suo mercato.

Ora, se vi sono abusi nei tirocini, chi ha sbagliato ? Chi è “andato un po’ al di là” dei propri compiti o delle proprie  possibilità ?  Chi s’ è “distratto un po’ ” ? La  domanda è inquietante perché quella  successiva potrebbe essere: quante altre volte e in quali altre occasioni le riforme del lavoro falliscono, deviano o comunque restano incompiute, non tanto per carenze normative quanto per la inefficacia, inaffidabilità, distrazione, autoreferenzialità dei soggetti che di tali  riforme dovrebbero essere i traghettatori ?

Non fraintendetemi: è inevitabile e deve essere continua  la richiesta al legislatore di norme chiare, complete ed affidabili, senza sbavature o contraddizioni, e possibilmente lungimiranti e semplificatorie. Tuttavia, di fronte alla attuale (già di diversi anni or sono) condizione di produzione normativa flessibile e di rimando (alle applicazioni pratiche della “società civile”), non avete l’impressione che buona parte del (parziale) fallimento delle riforme NON dipenda dal legislatore ? Pubblica amministrazione un po’ approssimativa, parti sociali autoreferenziali e buone solo per sè (basti pensare ai contenuti di certi vergognosi accordi sulla  detassazione), imprese a volte miopi ed egoiste, enti locali traballanti  e/o proni alle idelogie territoriali, professioni in crisi di identità (a cui non è estraneo il ricorrente tentativo di farle fuori:  molto meglio competenze e teste pensanti in meno…) :  insomma, per chiuderla con un’immagine (che non vuole essere autolesionista o demolitoria, ma soltanto indurre ad una riflessione: inoltre, non tutto è così negativo, ci sono molti soggetti sani, ma è difficile separare il grano dal loglio - ed il loglio sembra sempre quello vincente), il legislatore riformista mi sembra a volte come il portatore (sano) di  un progetto ideale di società, il quale  continua a gettare sassi nello stagno che rimangono un po’ fine a se stessi: lo stagno, in effetti, si smuove poco. E così si continuano ad offrire proposte e linee di riforma (in cui forse la sovrabbondanza della produzione  o l’emergenzialità paga talvolta il pegno alla  linearità e completezza  della scrittura e dell’impianto complessivo)  ad una società civile che ne avrebbe assoluta necessità (di riforme e di proposte intelligenti), ma di cui una buona parte mostra nei fatti di non avere molta voglia seria e costruttiva di attuarle davvero (e si becca pure il “giro di vite” al passaggio successivo).

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34 Commenti a “La revisione dei tirocini di inserimento è un paradigma emblematico dei problemi del lavoro”

  1. Bianca scrive:

    condivido il pensiero e aggiungo: perchè il legislatore non comprende che ripetutamente ogni istituto giuridico(e i buoni principi ad esso sottostanti) viene deformato e abusato (pensiamo ad apprendistato, co.co.co, e l’elenco sarebbe interminabile) e anzichè continuare a restringere e “orpellare”, controlla e bastona? basterebbero molte meno teste “legislative” e molte più “ispettive”!!!! non sarà mai un ulteriore giro di vite a migliorare un malcostume tipico, ma la “giusta” punizione dello stesso

  2. Andrea Asnaghi scrive:

    Grazie del tuo intervento, Bianca.
    Condivido in parte e ti spiego il perchè: fra le ipotesi di “reazione” del legislatore vi è anche un inasprimento del fronte sanzionatorio che non è che il PENDANT della ipotesi 2 (la legislazione tranchant).
    Apprezzo molto lo sforzo fatto da questo esecutivo (vedi Direttiva Ispezioni del Min. Sacconi del settembre 2008) di riportare l’attività ispettiva sul terreno della intercettazione di violazioni SOSTANZIALI e non formali, senza inutili inasprimenti dell’apparato sanzionatorio di una P.A. che spesso riesce ad essere “forte (inutilmente) con i deboli ma debole (drammaticamente) con i forti”. Siccome ho avuto modo di toccare con mano che invece alla P.A. (ad una buona parte di essa) sarebbe andato bene continuare a mostrare i muscoli ai deboli ed ad incarnirsi (il verbo è stato scelto scientemente) su argomenti formali , ecco perchè ho parlato di una P.A.”approssimativa” (lo so, è un eufemismo).

    Ma faccio un passo ulteriroe, confronatndomi con quanto è implicito nelle tue frasi, Bianca; da un po’ di tempo il legislatore non “orpella” ma piuttosto “demanda”, cioè dice in sostanza: “io vi do un quadro di massima, poi arriangiatevi voi (parti sociali etc. etc.)”. Non so se sia giusto o no (siamo in un blog APERTO , attendo commenti ed idee in merito) ma è così – e nemmeno so se sia più facile progettare una norma chiusa e perfetta (in sè) rispetto ad una norma flessibile (però sospetto fortemente che sia più difficile la seconda ipotesi…) .
    Tu invochi punizioni, cara Bianca, e sotto un certo profilo io non posso che essere d’accordo con te (ci vuole più rigore SOSTANZIALE), ma io mi ramamrico per il LACK di responsabilità che fa sì che siamo ancora un manipolo di “minorenni”, ancorati allo schema “legge-adempimento punizione” che piuttosto che allo schema “norma- opportunità- miglioramento”. (te lo dico – parentesi personale – da padre di una prossima maggiorenne a cui cerco di far capire che la CRESCITA passa dal secondo processo, e non dal primo)

  3. RobertoG scrive:

    Ho letto il Suo pensiero con attenzione e ritengo contenga diverse disquisizioni condivisibili, compreso il ragionamento di fondo, alternate tuttavia ad alcune frasi provocatorie disseminate nel corso dell’articolo.
    Io credo che il dire e non dire sia piuttosto abusato nei nostri mezzi di informazione e pertanto Le chiedo di essere più preciso: perchè Lei parla di parti sociali autoreferenziali, responsabili tra l’altro di “accordi vergognosi”, e di pubblica amministrazione “approssimativa” ?

    Se ha esplicitato forse fin troppo il Suo tentativo di usare degli “eufemismi”, non è invece che Lei sia ricaduto in parte in un errore di fondo molto comune, per cui di fronte all’ennesimo problema si confeziona un bel pacchetto di lamentele comuni verso i soliti noti (in altre parole, un pizzico di qualunquismo, sia pure intelligente e di classe)?

    Con stima

  4. Andrea Asnaghi scrive:

    Roberto, grato della tua attenzione e delal cortesia del tuo intervento, ti rispondo volentieri.
    No, non credo che si tratti di qualunquismo (anche se sono aperto a qualsiasi critica).
    Sì, uso degli eufemismi ma chi legge i miei interventi ben sa come sono spesso “arrabbiato” verso alcuni soggetti che, proprio per la loro posizione, potrebbero e dovrebbero essere i più forti vettori del riformismo (o se non vogliamo usare il termine “riforme”, parliamo pure della “costruzione intelligente di regolazioni della società civile”) e non lo sono.

    P. A. approssimativa e distratta ? sì perchè gli strumenti, anche conoscitivi, per intercettare prassi scorrette ci sono tutti; banalizzo con un esempio molto superficiale: che una impresa utilizzi stages per rimpiazzare lavoratori stabili lo si può analizzare dal flusso del turn-over che risulta evidente a qualunque Centro per l’Impiego ed agli Enti Previdenziali, per i dati che obbligatoriamente ed in via esclusivamente telematica (quindi aggiornati in tempo reale) gli vengono trasmessi; ora, vi risulta che qualcuno ci abbia mai non dico provato, ma anche solo pensato ?.

    Accordi sulla detassazione “vergognosi” ? certo, perchè le parti sociali (Confindustria in testa) prima hanno preteso di avere una parte fondamentale nella gestione della detassazione (e della decontribuzione), e una volta ottenuto ciò, lo hanno usato per fare opera di tesseramento a basso livello; sarò forse maligno io, ma non leggo in altro modo gli accordi di secondo livello con cui Confindustria condiziona il beneficio delal detassazione solo alle imprese aderenti al proprio sistema di rappresentanza NB lo scandalo non è solo che Confindustria ci abbia provato – e qui verrebbe davvero da dire che “la classe non è acqua” … – , ma anche che la cosa sia stata sottoscritta e avallata “paro-paro” dai sindacati dei lavoratori, il che è sato come dire ai lavoratori “se volete la detassazione sui vostri stipendi (nota: che dovrebbere essere un diritto comune) , convincete il vostro datore a tesserarsi a confindustria” ! Non so se mi spiego …
    Con soggetti così … che riforme vuoi fare ?

    Concludo Roberto: il mio scopo non era riscattarmi dal tuo “sospetto” di qualunquismo, ma tieni presente che qualsiasi consulente mediamente informato è oggi come una caldaia in ebollizione per le cose che vede e non sempre è politicamente corretto dire (e allora, vai con gli eufemismi …).

    ricambio la stima, con simpatia.

  5. Elena scrive:

    <>
    mi permetto di evidenziare che le cose non stanno esattamente così: ad esempio tutti i tirocini curriculari, le borse lavoro a scopo terapeutico, gli stage dei corsi di FP non sono soggetti a comunicazione obbligatoria. Pertanto il dato effettivo si limita ai tirocini al di fuori di quelli sopra indicati. E’ comunque una base informativa assolutamente rilevante, su questo sono d’accordo.
    Quanto al fatto che nessuno secondo lei ci abbia pensato mi spiace contraddirla, noi non solo ci abbiamo ragionato sui dati ma ci abbiamo fatto anche un protocollo per la qualità dei tirocini da noi promossi al quale scrupolosamente ci atteniamo.
    Cordiali saluti,
    Elena

  6. Andrea Asnaghi scrive:

    Cara Elena, anzitutto grazie del tuo intervento (competente) e diamoci pure del “tu” se vuoi.
    A me NON spiace assolutamente essere contraddetto, anzi ! Mi sembra chiaro il senso di rammarico che pervade il mio articolo, se dovessi ricevere migliaia di attestazioni che provassero che ho sbagliato e sono stato … “pessimista”, ne sarei soltanto felicissimo !!!!
    (ricordo che il tirocinio è qui in fondo solo un “pretesto” per parlare dei problemi evidenziati: escamotage, giro di vite, inefficacia degli attori).

    A questo proposito, apprezzando molto ciò che dici, vorrei però riflettere con te sul contenuto delle tue affermazioni.
    Con quel “noi” ipotizzo un qualcosa di pubblico, forse un centro di orientamento collegato a un c. per l’impiego o qualcosa di simile.
    Su un dato che tu stessa (a parte le puntualizzazioni, che condivido) ritieni “molto significativo” ci racconti che è stato costruito un protocollo di qualità. Benissimo !
    Ciò vuol dire che il tuo centro/ente, quando riscontra un andazzo “anomalo” fiuta il marcio e stoppa la nuova richiesta di tirocinio della azienda X. Benissimo !
    A questo punto X (amante dell’escamotage) non viene più da te però va da un altro soggetto che ha una minore disponibilità dei tuoi dati, oppure un protocollo meno stringente, oppure si fa sopraffare dal fare tanto invece che dal far bene (lo so, vi sono ancora nascosti dolcissimi eufemismi in queste affermazioni …). E … ricomincia, o meglio persiste.
    E CHI la intercetta mai questa prassi (Che poi è evidente e reale, o mi vorrai negare un uso spesso distorto degli stage ?)?
    E quanti dati simili a questo hanno i centri per l’impiego e gli enti annessi che non usano intelligentemente ?

    Ti faccio solo un altro piccolo esempio: se 1OO lavoratori vengono messi in mobilità da una azienda Y al 30 settembre ed entro il 5 di ottobre sono stati tutti e 100 riassunti dalla azienda K (ovviamente con gli sgravi annessi e connessi) perchè il 15 di ottobre (e non MAi opure solo anni dopo, quando ormai i buoi sono scappati dalla stalla…) nessuno va a vedere “cosa sta succedendo” ?
    Riflettiamo insieme, se vuoi, su questo caso (capita, ohhh se capita) che dimostra la approssimazione dei controlli della P.A. (quando va bene, come nel tuo caso, si stabiliscono protocolli buoni ma un po’ “chiusi in se stessi”) e la inaffidabilità della parte sociale (in questo caso, il sindacato che ha siglato l’accordo di mobilità, accompagnando questo processo, magari “non proprio adamantino”).
    Riscrivi, ne avrei piacere.

  7. Elena scrive:

    Caro Andrea, passo volentieri al tu.
    Ebbene sì, mi hai scoperto…sono una dipendente pubblica, anzi una dipendente pubblica per vocazione e passione.
    Utilizziamo pure il tirocinio come metafora…condivido quanto tu dici e, in buona parte, i ragionamenti dai quali siamo partiti per il nostro protocollo sono quelli da te evidenziati.
    In realtà, e la cosa ha sorpreso anche me, il fatto di ragionare su regole più stringenti – ma condivise con le rappresentanze datoriali e sindacali in un processo lungo e laborioso come non mai – non ha fatto diminuire il numero di tirocini da noi promossi, ma ne ha fatto, invece, aumentare il gradimento sia da parte delle imprese ospitanti che dei tirocinanti.
    Credo che, nel suo piccolo, l’esperienza possa essere significativa che quando ci si parla chiaramente, dati alla mano, e si ragiona con il buon senso portando a sintesi le diverse esigenze, la PA può svolgere un ruolo interessante e propositivo.
    Mi chiedi chi, però, intercetta le prassi distorte che, è innegabile, esistono.
    Sul tema dei controlli avrei molte cose da dire, mi limiterò a fare solo alcune osservazioni.
    Intanto, da cittadina ancor prima che da funzionaria, credo che il controllo fine a se stesso non produca grandi risultati.
    Credo, piuttosto, ad un controllo che si accompagni ad una crescita di consapevolezza in materia di diritti e doveri.
    La strada, in tal senso, è davvero lunghissima ma credo che sia una bella sfida.
    Relativamente alle informazioni, ti confermo che da quando sussiste l’obbligo delle comunicazioni telematiche la base dati su cui poter fare dei ragionamenti si è davvero ampliata.
    Non altrettanto la capacità della PA di leggere ed analizzare tali dati (qui il problema non è tanto di usare intelligentemente i dati, quanto piuttosto di sapere cosa leggere e come farlo…).
    C’è poi un mistero, tutto italiano, sul quale forse tu mi illuminerai…perché ad oggi non esiste un sistema informativo lavoro nazionale? la scelta di adottare in tal senso dei sistemi informativi regionali non è forse miope per ciò che concerne il tema dei controlli? io vedo se uno lavora nella mia provincia, con fatica e sbattimento posso sapere se si è spostato nella mia regione…zero assoluto per ciò che concerne il resto del territorio nazionale…ha senso? a mio parere no.
    Sul caso della mobilità, condivido quanto tu dici…sono sconcertata anch’io.
    Così come mi sconcerta notare che le indicazioni su come effettuare i controlli (più stringenti, meno stringenti, su un settore specifico, ecc.) si modifichino a seconda di chi governa in quel momento.
    Perché accade anche questo Andrea.
    Stasera, ti dirò, mi sembra davvero una battaglia persa…
    Ciao,
    Elena

  8. Andrea Asnaghi scrive:

    Carissima Elena, quanti bei temni sollevati… a cominciare da quell’essere lavoratore del pubblico per “vocazione e passione” (e non siete in pochi … però purtroppo nemmeno in tanti :-) ).
    Se sono tentato di lasciare alle tue parole, molto significative, lo spazio che meritano, d’altra parte è atrettanto vero che esse meritano un mini-dibattito (la cui pregnanza potrebbe ben coinvolgere altri passanti…).

    mi limito almeno ad evidenziare alcuni spunti

    A. Quando si costruisce bene, intorno a se si catalizzano energie buone. Non è sempre così ma spesso capita. E la PA può giocare un grande ruolo, alla pari degli altri “partner inefficaci”: se (o meglio ogniqualvolta che) sono all’altezza del loro ruolo.

    B. I controlli sono un dato CRUCIALE, lo ricordava anche Bianca. Rispetto alle osservazioni di Bianca però si fa un passo in avanti: non si tratta (solo) di “bastonare” (troppo spesso in passato abbiamo creduto di risolvere i problemi con una sempliicistica stretta sanzionatoria: inefficace e vessatoria soprattutto verso chi lavora veramente , ancora una volta il bambino buttato via insieme all’acqua sporca).
    Si tratta di intercettare le “strade dei furbi” SUL NASCERE; perdonate il paragone calcistico, un calciatore “maligno e spietato” come Ibrahimovic lo fermi solo se lo anticipi, non se gli corri dietro … E si tratta di inventare soluzioni premiali per i corretti: tutto ciò aiuta a creare al cultura che fare bene … anche “paga”.

    C. sull’uso poco intelligente di certi sistemi informativi potrei farci notte: il sistema regionale “ognuno-il-suo” è scandaloso, le sedi Inps/inail/Dpl ognuna-con-il-suo-indirizzo altrettanto.
    Burocrazia vacua, fonte di potere inutile e dannoso, macchinismo immobile, forse anche voluto …

    D. che ogni governo dia indicazioni sui controlli può essere naturale, forse anche strategico.
    L’importante è che non ci siano settori o indirizzi particolarmente “protetti”, magari anche politicamente, magari non dal “governo” ma da poteri altrettanto forti del mondo del lavoro.

    Dobbiamo trovare il modo di emarginare i furbi, gli scorretti, i corrotti. Ma chiudendo vorrei aggiungere: sulle tante serate in cui le nostre battaglie sembrano perse, la bandierina che svetta di noi “che non fummo sconfitti perchè abbiamo tentato” (T.S. Eliot) ogni tanto sventola vivace.
    Se c’è del buono, fino a che c’è del buono, CREDIAMOCI.

  9. mario caputi scrive:

    Gentile sig. Asnaghi, da uomo con titolo di studio di scuola media inferiore, riesco a capire poco o nulla di ciò che scrive.
    Non crede sarebbe meglio allargare la platea dei suoi lettori, filtrando i suoi commenti da modi di dire, francesismi, similitudini e tutto ciò che allungano il brodo facendo perdere il succo della questione a chi, come me, non ha avuto la fortuna di studiare? Grazie

  10. elena marchesini scrive:

    Ma tra le misure volte a prevenire forme di abuso non sarebbe stato più semplice obbligare le imprese ad assumere a tempo indeterminato una quota di stagisti attivati, pena l’esclusione a tempo indeterminato dal riproporsi come soggetto ospitante?

  11. BIANCA scrive:

    insisto e puntualizzo su quanto da me detto. Le norme ci sono e molte sono anche valide ( ed è per questo che contesto il porre mano, di legislatura in legislatura, di colore politico in colore politico, ad istituti collaudati che non funzionano non perchè scritti male, ma usati male; funzionari validi in grado di verificare la corretta prassi ci sono (Elena ne è un esempio), ma i “furbi” e i mistificatori esistono. Allora considerato il buono che c’è, per togliere il cattivo devono esserci verifiche ispettive maggiori ( il più delle volte agiamo sull’onda che tanto non ci beccano!!!) e sanzioni conseguenziali.

  12. Andrea Asnaghi scrive:

    Rispondo con metodo LIFO e quindi comincio da Bianca (11).
    Non sono certo contrario a quanto sostieni, anzi (mi pare si capisca abbastanza chiaramente).
    Però, ripeto, qui oltre ai mancati controlli vi è una mancanza culturale (stavo per dire un “gap” ma poi Mario mi bastona), sia da parte dei furbetti che da parte di chi dovrebbe promuovere buone prassi.
    E senza buone pratiche, la repressione serve a poco (anche perchè più la prassi scorretta imperversa, più è difficile arginarla).

  13. Andrea Asnaghi scrive:

    A elena marchesini (10).
    Francamente l’idea che proponi contiene un automatismo che mi sembra ancor più rigido della modifica normativa in commento.
    Ritengo più opportuno che una valutazione sulla “inaffidabilità” del datore ospitante lo stagista sia verificata tramite protocolli come quelli di cui ci parlava elena (l’altra) piuttosto che da una regoletta che magari potrebbe dire tutto o niente.

  14. Andrea Asnaghi scrive:

    ed infine a mario caputi (n. 9).
    caro mario, recepisco la tua critica e cercherò di modificarmi (in particolare, terrò presente il tuo scarso gradimento del mio modo di scrivere dovessi mai infilarmi nella ricerca di una saga letteraria di successo, alla Harry Potter), anche perchè se non riesco a farmi capire da te (o da chiunque) la colpa è solo mia (però se fai un giro su postilla, vi sono modi di esprimersi ben più forbiti, dai …)
    .
    mi sembra tuttavia che la situazione di cui discutiamo sia abbastanza chiara: siamo di fronte ad una (piccola) modifica di una legge che porta più rigidità ad una fattispecie (cioè ad un tipo di contratto o rapporto) quale è lo stage.
    Ciò dipende dal fatto che si sono verificati non pochi abusi nell’utilizzo di questo contratto da parte dei soliti furbetti, anche perchè gli enti promotori non hanno sempre ben vigilato su come questi contratti sono stati attivati e realizzati.
    Da questi concetti di fondo scaturiscono le considerazioni ed i commenti che sono seguiti.
    Ora è più chiaro ?

    tieni sempre presente, per finire, che descrivere in due parole può essere più semplice, ma qualche volta rischia di esser semplicistico: e in fondo siamo piuttosto abituati ad una cultura un po’ troppo “televisiva” dove un concetto o un ragionamento deve durare il tempo di uno spot (pubblicitario); questo però non sempre permette di esprimere quel concetto compiutamente (anzi, in Tv quasi mai).

    ciao e seguici ancora (e se riparlo troppo difficile, ti basta inviarmi una battuta alla Totti: ” driiin, compro una vocale” :-) )

  15. mario caputi scrive:

    Grazie sig. Asnaghi, mi scusi sa, ma anche noi uomini da spot-tv (titolari d’azienda) abbiamo il diritto ad essere informati e approfittiamo di internet proprio per questo. Comunque la ringrazio per la precisazione del problema, ma mi sfuggono ancora le sue conclusioni. Fino ad ora ho solo visto che tende a criticare le posizioni degli altri, cercando di avere sempre l’ultima parola, ma non ho ancora capito se ha una soluzione tutta sua al problema degli stage. Grazie.

  16. Andrea Asnaghi scrive:

    Caro Mario, chiariamo alcune cose.

    La mia precedente risposta a Te cercava solo di essere simpatica e non voleva essere in alcun caso nè allusiva nè dispregiativa. Persone con anche molto meno della terza media sono state fondamentali nella mia formazione; inoltre tratto tutti i giorni con persone (imprenditori e non) di non elevatissima cultura che rispetto in modo assoluto (come meritano, del resto) e che hanno 1000 cose da insegnarmi.
    Del resto anche tu, nella tua posizione di imprenditore, sui molti temi qui sollevati (inefficenza dei controlli, rigidità delle leggi, norme ondivaghe, ruolo delle parti sociali e della pubblica amministrazione, esigenze e furbizie delel imprese) credo che potresti avere, se lo ritieni, molte osservazioni interessanti da fare. No ?

    Postilla è un luogo di incontro e di dibattito, non solo o non tanto di esperto-risponde (anche se talora vi può essere anche quell’aspetto, anche in miei post), e lo scambio richiede il parlarsi e condividere idee, riflessioni, esperienze. Quando in TV io sento espressioni del tipo “stasera vi spieghiamo come vivono e cosa pensano due miliardi di indiani (sic)” ritengo che la massificazione ci abbia preso un po’ tutti e che il gusto del confronto (VERO), della conoscenza e della dialettica (non fine a se stessa) stia andando un po’ a farsi friggere.

    Del resto anche tu se ti informi probabilmente è proprio perchè segui una tua curiosità e voglia di comprendere, del tutto apprezzabili. Così, se esci dallo scudo che purtroppo l’impatto con questo blog pare averti dato, credo, come detto, che potresti raccontarci il tuo interessante punto di vista.

    Soluzioni “pronto-facile” in tasca, come vedi, non ne ho (del resto il post non si intitola: “Come risolvo il mondo; cap. 12, gli stage”).

    Lasciami un’ultima osservazione: più che a criticare o a cercare l’ultima parola cerco di condurre una discussione: visto che se son qui a farlo è unicamente per la passione del confronto e dello scambio di esperienze, sarei ben stupido se utilizzassi questo spazio per cercare di “imporre” la mia, non ti pare ?

    ciao (aspetto le tue esperienze ed idee, le mie le ho già raccontate…).

  17. CLAUDIOB scrive:

    Caro Andrea, non posso esimermi dall’intervenire heehehhe
    Giusto l’altra settimana Italia Oggi pubblicava le statistiche inerenti l’uso degli stage/tirocini.
    Quasi l’80% avveniva presso grandi aziende ed enti pubblici, il rimanente piccole e medie aziende e professionisti.
    Ma al contrario di quel che si pensi, quasi il 90% degli stage extra curriculari venivano confermati in rapporto di lavoro presso le piccole/medie aziende mentre solamente un 9% veniva confermato nelle grandi e nel pubblico.
    Io sono del parere personalissimo che il governo con la manovra estiva art.11 del DL ha preso una cantonata ed è andato a colpire soprattutto chi ha utilizzato correttamente lo stage.
    Forse se avessero letto di più i dati statistici provenienti dai centri per l’impiego, e se soprattutto avessero per una volta pensato di fare una normativa di distinguo, forse si sarebbe centrato lìobiettivo.
    Per ora siamo di fronte ad un colossale BUCO NELL’ACQUA.
    speriamo che il 12 ottobre il DL non venga prorogato/confermato in legge.
    amen

  18. Valter Ghiloni scrive:

    Ciao Andrea, ottima riflessione come sempre.
    E come sempre hai centrato un problema: c’è una buso, si butta via il bambino insieme all’acqua.
    Anche la mia (piccola) esperienza personale di (piccolo) consulente di (piccola) provincia porta al riscontro che la stragrande maggioranza degli stage instaurati con gli (piccoli, pardon per l’articolo) imprenditori locali si sono trasformati in rapporti a tempo più o meno indeterminato, e i pochi che non lo sono stati molte volte sono rimasti al palo perchè lo stagista, provato e riprovato, vabbè… qualcuno che veramente non c’è portato capita.
    Molti amici, conoscenti, frequentatori di ambienti vari che invece hanno instaurato stage con le pa(public administration) o le gma(grandi/medie aziende) sono stati sfruttati nei ruoli più assurdi e poi, quando proprio è andata di lusso, hanno ripetuto lo stage o proseguito tre/quattro mesi con collaborazioni a (falso) progetto: precari a vita.
    No, non ci siamo, il provvedimento come al solito ha penalizzato chi ben utilizzava la norma…

  19. Andrea Asnaghi scrive:

    Carissimi Claudio e Valter(perdonatemi se vi accomuno nella risposta), sollevate – come vostro solito, del resto – importanti, profonde ed esperte considerazioni .

    Lascio aperti i vostri commenti, su cui mi paicerebbe sentire altre idee, e provo ad estrapolarne alcuni concetti, per incentivare il dialogo, anche con il rischio di andare fuori tema.

    1. la statistica è una scienza importante, ma i dati possono avere diversi tagli di lettura. E’ indiscutibile, ad esempio, che lo stage nella piccola azienda è finalizzato alla ricerca di personale da inserire, non così nella grande (che magari fa numerosi stage in convenzioni di vario tipo (anche “di immagine”, talvolta) con varie entità formative; così pure, il rapporto uno-a-uno nella PMI è diverso dalal grande dove, per fare un esempio, si fa uno stage di 30 persone per assumerne 3 (i migliori dello stage, suppongo …).

    2. sicuramente, tuttavia, è da ribaltare il discorso che spesso si sente fare, per cui la piccola azienda sarebbe la fonte di ogni male economico, sociale, produttivo. Qui non si tratta, a mio parere, di scatenare un confronto-guerra “piccolo contro grande”, ma di ridare alle PMI ed alle microimprese il ruolo ed il profilo di dignità ed importanza che spetta loro. Invece ho l’impressione che la maggior parte delle manovre politiche (parlo del lavoro) sia incentrato e “tagliato” sulle grandi imprese, così penalizzando importanti (e spesso trainanti) settori economici.

    3. la corsa all’escamotage mi pare diffusa “ad ogni latitudine”, in ogni caso.

    4. è da qualche giorno, dopo la lettura delle circ. 24/2011 del 12.09.2001 del Min lav. che si rafforza sempre più l’impressione di come la manovra dell’art. 11 (la modifica degli stage qui in dibattito) vada letta quale mero tentativo di “rilancio” del contratto di apprendistato quale contratto-tipo per la formazione professionale dei giovani.
    Ne approfitto per dire che il contratto (di aprrendistato) ha perso appeal, sorpattutto nelle PMI, per le rigidità e formalità ad esso appiccicate dal 1996 in poi. Rigidità e formalità (specie se inutili e vacue)deprimono le opportunità: c’è da meditarci sopra, direi …

    5. nel senso sopra indicato, la norma potrebbe anche avere un senso, a patto di realizzare davvero un apprendistato (di recente rinnovato del tutto) più snello e fruibile. Se no è davvero una perdita secca.

    6. i controlli contro gli scorretti (vedi falsi stage, falsi co.co. etc.) sono così impossibili ?
    e com’è che gli sfruttati amici di Valter non reagiscono (con azioni legali) allo sfruttamento ?
    ci sono gli strumenti legali o … io sono uno dei pochi rimasti che instilla nei propri clienti un sano “timore” verso chi abbandona la strada maestra ?

  20. Andrea Asnaghi scrive:

    per chi volesse consultare la circ. ministeriale 24/2011:

    http://www.adapt.it/acm-on-line/Home/documento14203.html

  21. Elena scrive:

    ciao a tutti…alcune considerazioni sparse…
    la circolare distingue i tirocini sostanzialmente in due tipologie: quelli legati alla transizione scuola-lavoro e quelli inserimento-reinserimento. A partire da questa considerazione credo che il nocciolo della questione debba essere riconsiderare la valenza formativa di tale strumento; in tal senso non è detto che tutti i tirocini debbano concludersi con assunzione, ma tutti – e ribadisco tutti – devono essere formativi ovvero fornire al tirocinante strumenti utili per una futura ricerca di lavoro. Se la questione venisse posta in questi termini credo si potrebbe ragionare sulla capacità formativa di un’impresa (e qui piccola o grande impresa davvero poco importa). La lettura statistica del dato delle instaurazioni dei tirocini ci dice in tal senso poco, ma la valutazione di un progetto formativo (aiutando quelle imprese che hanno meno capacità nella redazione di un progetto) ci dice invece tanto, così come le verifiche intermedie e finali di tali strumenti (gradimento del tirocinante, ecc…). Per quanto riguarda i tirocini nelle PA dovrebbero essere solo di tipo orientativo e limitati ad esperienze formative particolari e specifiche, posto che la norma prevede i concorsi pubblici quale unica forma di reclutamento del personale. In quanto all’apprendistato credo varrebbe la pena di ripensare i meccanismi formativi che mi paiono alquanto complessi valorizzando anche qui quelle imprese che dimostrano capacità formativa.

  22. CLAUDIOB scrive:

    Non mi sposto dal mio punto di vista, il pessimo utilizzo degli stage proviene (ops proveniva) dalle grandi aziende e dagli enti pubblici, non nascondiamoci dietro un dito:
    Nelle PA venivano utilizzati per sopperire all’impossibilità di fare nuove assunzioni (stile novantisti di postale memoria), dove di FINALITA’ FORMATIVA non vi era traccia.
    Per non parlare delle Grandi Aziende dove gli stage venivano utilizzati per lavori ripetitivi (fotocopie…) e per turnazioni cicliche a basso costo, se non talvolta a zero.
    E non erano immuni nemmeno i giovani laureati, utilizzati per i loro titoli e poi gettati via perché ingombranti e sostituiti da altri laureati, a mò di catena di montaggio.
    E non credo servano statistiche a comprovare quanto affermo…
    Si è vero potrei essere qualunquista con simili affermazioni, si è vero QUALCHE stagista in grandi aziende ha avuto l’opportunità di fare esperienze all’estero che gli hanno accresciuto le conoscenze, ma sono proporzionalmente molto pochi.
    Parliamo allora di FORMAZIONE, ricordando l’esperienza dell’apprendistato, siamo così sicuri che sia stata una soluzione “vincente”, non si è piuttosto assistito alla gara per l’accreditamento dei titoli per poter svolgere i corsi, poi dati in mano la maggior parte delle volte a pseudo istruttori improvvisati dell’ultima ora ?
    Alzi la mano chi non abbia mai sentito dire da un apprendista che la formazione è stata una perdita di tempo, che non gli hanno insegnato alcunché, che quello che fa in azienda non assomiglia neanche un po’ a quello che gli fanno fare al corso.
    E adesso la sparo alta, ho riscontro preciso che in molti corsi si svolgeva una attività di “sindacalizzazione” degli apprendisti.
    Caro Andrea, lo so, sono andato anche fuori tema, ma cosa vuoi farci, deformazione professionale.
    Torniamo allora agli stage, l’esperienza, per quanto riscontrata nel mio piccolo, è stata vincente per tutte o quasi le aziende di piccole piccolissime e medie dimensioni, ragazzi interessati a capire se il lavoro faceva per loro e aziende che da una parte potevano “provare” (bruttissima parola ma piena di significato) e che dall’altra preparavano il ragazzo per poi poterlo buttare in prima linea a lavorare. Percentuali altissime di conferma di assunzione, un ottimo modo anche per persone fuori età apprendistato di riqualificarsi e di presentarsi all’azienda per il bagaglio di conoscenze che avevano e non per gli sgravi che portavano in dote (non ti assumo solo perché sei iscritto nelle liste di mobilità, ma invero perché in sei mesi di stage mi hai dimostrato quanto vale la tua esperienza pregressa).
    Sono un sognatore ? no ho toccato con mano queste realtà !
    Si caro Andrea, so anche di aver scritto questo post a macchia di leopardo saltando da un argomento all’altro, ma va bene anche così dai…
    Permettimi un’altra considerazione: nelle piccole realtà quasi sempre i ruoli sono a tutto tondo, ad esempio l’operaio fa un pò di tutto e conosce perfettamente tutto il ciclo produttivo, l’esperienza che può fare uno stagista in tale contesto è conseguentemente a tutto tondo , nella grande azienda o nella PA le postazioni di lavoro, sia di tipo impiegatizio che manuale, sono quasi sempre monotematiche, limitate o limitatissime, e la maggior parte delle volte ripetitive e quando si parla di ripetitività del lavoro siamo di fronte all’anti tirocinio per eccellenza.

  23. Andrea Asnaghi scrive:

    Ho lasciato un po’ lo spazio al dibattito e riprendo alcuen delel considerazioni di Elena e Claudio, che hanno, mi pare, ampliato la riflessione al tema della FORMAZIONE (tema spinosissimo su cui ho spesso ipotizzato un post, in cui avrei voluto scrivere cose che mi avrebbero procurato molte “antipatie”).
    Da conduttore-titolare del blog resto nel tema (Claudio invece può spaziare a destra e a manca, anche veementemente, ma finchè lo fa con la ricchezza di contenuti e passione che gli conosciamo … va bene così).

    Sul tema formazione, vorrei porre una riflessione: quand’è che un’azienda ha le cosiddette “capacità formative” ? Do una risposta che sembra banale e scontata: quando in quell’azienda vi è una CULTURA DEL LAVORO, vi sono dei valori (tecnici e pratici, senza voli pindarici…) da trasmettere.
    Ricordo che tempo fa passai una mezza giornata a spiegare ad un ispettore (che poi capì) in “visita” ad una officina meccanica quanto fosse istruttivo (formativo) per un apprendista fare ANCHE i lavori più umili all’interno dell’azienda (ES. rassettare le postazioni di lavoro, non solo la propria, il venerdì pomeriggio) apprendendo così (la classica “gavetta”) anche che nel luogo di lavoro vi sono attenzioni, gerarchie, ed è indispensabile alla propria formazione un approccio umile e disponibile (nb quell’officina meccanica era, ed è ancor oggi, una fucina di lavoratori specializzati, i suoi 10 fior-di-dipendenti specializzati erano tutti ex-apprendisti ceh avevavno fato il loro percorso).

    La realtà sana delle piccole aziende (che Claudio, io e chi fa il nostro lavoro conosce molto bene) è prevalentemente così: cultura del sacrificio nel lavoro, professionalità a tutto tondo, specializzazione necessaria, fidelizzazione. NON è, per onestà, tutta e solo questa la realtà lavorativa delle piccole aziende, ma per buona parte lo è.

    Oggi invece, dalla scuola in poi, si tende a parlare di formazione solo nell’accezione più tipicamente formale (il che è una TRAGEDIA : se abbiamo capito che la scuola non prepara, perchè “replicare” nell’azienda la medesima realtà scolastica formale e vuota ? ciò che osserva Claudio sui corsi per apprendisti è uan realtà sotto gli occhi di tutti ). Forse (sottolineo forse) con l’ultima tornata normativa sull’apprendistato, questa cosa si è cominciato a capirla. Ma sulla fornazione vi sono troppi interessi, business e potere (la formazione trasmette concetti, magari anche con connotazioni fortemente ideologizzate, come notava Claudio) per essere troppo ottimisti.

  24. Bianca scrive:

    Sono una pseudo istruttrice improvvisata. La mia professione ufficiale è consulente del lavoro. Mi diletto a svolgere quella formazione trasversale in materia di diritto del lavoro, spiegando a tanti giovani apprendisti l’ABC del lavoro e constato che non sanno nemmeno leggere una busta paga ( che non conoscono diritti e doveri delle parti, che non conoscono il tanto e ovunque richiamato CCNL del proprio settore, e l’elenco potrebbe continuare citando ogni istituto) Bene forse la formazione “scolastica” e la conoscenza delle cose è per qualcuno inutile, ma vi assicuro che l’ignoranza è molto più dannosa!!! Non voglio polemizzare, ma sottolineare solo che formare è sapere e ogni sapere non è mai inutile, anche se svogliatamente appreso!

  25. Bianca scrive:

    e…aggiungo perchè doveroso…se anche nella formazione ci comportiamo male( sfruttando ogni singola piega per fare businness, potere e creare fittizi posti di lavoro), vogliamo ammettere che siamo italioti in ogni cosa?!? Abbiamo parlato di tirocini, apprendistato, formazione e di ognuno possiamo solo far emergere il lato sbagliato;è ora di tornare davvero tutti sui banchi di scuola ad imparare etica, educazione civica, deontologia e tutti quei valori che praticando le varie professioni ( dal funzionario della p.a. al libero professionista)perdiamo per strada per faciloneria e superficialità!

  26. Valter Ghiloni scrive:

    Cara Bianca, forse sbaglio, ma l’interpretazione del Tuo pensiero che mi viene leggendoti è,banalmente: quest’Italia è da buttare, o quantomeno da rifondare.
    Come diceva un mio famoso conterraneo “Gl’è tutto sbagliato, gl’è tutto da rifare…”

    Io ci provo, nel mio piccolo, a tenere una certa etica, un livello minimo di civiltà, ma Ti assicuro che è difficile con tutto quello che si ha intorno…

  27. CLAUDIOB scrive:

    Giusto una parentesi per richiamare la circolare 24/2011 che sembrerebbe stravolgere in toto la normativa e riaprire gli stage a disoccupati e inoccupati, senza limite alcuno…

    Bianca, anche a scuola ci sono insegnanti bravi, che si impegnano che si aggiornano e che cercano di trasmettere ai propri alunni molto di più di semplici nozioni, eppure la scuola sappiamo tutti che non funziona bene, allora probabilmente si tratta di mosche bianche in un mare magno di … (stendo un velo pietoso).

    Non elenco qui gli INFINITI casi di malagestione dei corsi di formazione e delle rimostranze fatte da ragazzi svegli che si rendevano conto di come le 120 ore erano state spudoratamente buttate, opportunità sprecate per essere precisi.
    O dei mille e ancora mille casi di ragazzi che nelle 120 ore, avevano sentito sindacalisti di questa o quella corrente che li indottrinavano bene su diritti e su come fare la tessera…
    ma mi fermo qui per decenza e rispetto nei confronti di Andrea.

  28. Andrea Asnaghi scrive:

    Cara Bianca, non vorrei averti dato l’impressione di valutare “più la pratica della grammatica”, come recitava un vecchio adagio.
    Ho una grande considerazione del valore della cultura e della formazione, proprio per questo le opportunità sprecate mi addolorano.

    Sulla formazione (compreso l’utilizzo dei FONDI…) ci sono “giri” inenarrabili. Per le cifre che ballano e per le possibilità di “governance” collegate alla formazione, ci sono comportamenti che definirei eufemisticamente poco virtuosi. Se ci lavori, forse avrai intravisto qualcosa anche tu …

    Ora, non si tratta di perdere il coraggio o la voglia di far bene (anche se talvolta cadono un po’ le braccia…), ma solo di dire le cose chiare. Non ho mai considerato “Postilla” come un luogo di “denuncia” ( anche se chi mi conosce un po’, come Valter e Claudio, sa che non mi tiro indietro, che non ho peli sulla lingua e poco mi importa di essere “politicamente corretto” o “amico degli amici”) ma di confronto con soggetti del mondo professionale, imprenditoriale o … semplicemente curiosi.

    Sulla formazione professionale ci sono “buchi” evidenti ed enormi, di cui ciò che succede con gli stage non è nemmeno la punta dell’iceberg. Vi è chi vede una realtà differente ????

    Mi piacerebbe però ritornare ad un tema del post che si rischia di dimenticare (ma se volete, andiamo pure avanti a parlare di formazione, però sarebbe bello pensare ad un post specifico sull’argomento): se qualcosa negli stage attuali non ha funzionato, CHI si è distratto ? Quali Enti promotori non hanno funzionato a dovere ?
    Non è un invito a ricercare/additare colpevoli ma a promuovere una riflessione: soggetti di garanzia NON sono stati sufficientemente garanti, cioè all’altezza del loro compito.
    Ecco che allora la riforma vera comincia dai comportamenti di ciascuna parte della società civile, per valorizzare e non frustrare il buono che c’è, e non far sì che a Bianca, Elena, Claudio, Valter, Andrea etc etc continuino a girare …oopps a cascare le braccia.

  29. RobertoG scrive:

    Ho continuato a seguire con interesse questo articolo, ed ho cambiato parzialmente idea, aiutato anche dalla lettura di altre riflessione, come quelle da Lei segnalate. Ok, mi sembra che ci siano stati degli errori, ma soprattutto da parte degli enti locali (stage lunghissimi per bypassare il divieto di assunzioni). Mi è però ancora difficile capire perchè ed in che modo Lei, su questo tema specifico, tira in ballo sempre il “business” .

  30. Andrea Asnaghi scrive:

    Ok Roberto, d’accordo sulla scarsa attenzioen degli Enti Locali.
    Per il business facciamo così, raccontiamoci una storiella del tutto ipotetica e DI PURA FANTASIA.

    a. Un ente promotore decide di rendersi disponibile ad attivare tirocini su un determinato territorio e di fare una promozione adeguata.

    b. decide così di scrivere non alle aziende ma ai professionisti della zona proponendo loro questa opportunità

    c. decide altresì di chiedere un contributo per ogni stage realizzato di, poniamo, 100 euro, richiesto unicamente per (si badi la finezza) l’assistenza nelle fasi di compilazione e strutturazione del tirocinio

    d. il tutoraggio potrà essere fatto direttamente dal professionista che “presenta” l’azienda

    d/bis. i professionisti rilevano in questa situazione una doppia opportunità economica: dare un servizio alle aziende rifatturando il costo del servizio … e quello del tutoraggio

    e. la cosa prende la mano e si realizzano in poco tempo (diciamo un anno) circa 10.000 tutoraggi

    e. bis per attivare burocraticamente 10.000 tutoraggio l’ente si serve – nel medesimo periodo di 1 anno – di 4 o 5 persone (circa 10 stage al giorno attivati a testa: non è certo uno sforzo eccessivo…)

    f. su un costo che fra spese e personale non arriva a 100.000/150.000 euro (vuoi vedere che fra gli addetti dell’ente vi sono a loro volta degli .. stage ?) vi è di contro un ricavo di 1.000.000 di euro (se non ho fatto male i conti …)

    g. forse, “forse”, quell’ente potrebbe essere portato, ahimè, ad essere attratto dalla facilità di guadagno – diconsi 850.000 euro, certo utilizzati per scopi sociali dall’ente – e quindi a … “sottovalutare” la qualità ed efficacia degli stages a fronte del “giro” messo in piedi …

    g/bis. forse, “forse” , la medesima distrazione ha colpito (un’epidemia ?) anche i professionisti e le imprese coinvolti (almeno per una parte …)

    ripeto: ipotesi di pura fantasia
    (fantasia che talvolta nella potenza di qualche valido scrittore – quale io non sono – si è dimostrata più reale della realtà stessa …)

  31. Stefano Pelloni scrive:

    Quesito, potete aiutarmi?
    Nuovo apprendistato.
    Divieto per le parti di recedere dal contratto durante il periodo di formazione in assenza di una giusta causa o di un giustificato motivo.
    Ora, caso pratico:
    Se per il lavoratore praticamente nulla cambia, in quanto il datore di lavoro non può recedere, ante tempo, come era in precedenza, ( in quanto contratto a tempo indeterminato), al sottoscritto in studio è accaduto quanto segue:
    Apprendista assunto dal primo luglio 2011, con contratto di apprendistato professionalizzante. Superminimo richiesto ed accordato.
    Formazione esterna.
    Tutti i crismi rispettati.
    Ora, mi preavvisa delle Sue dimissioni con durata contrattuale, in quanto torna in altra struttura, da dove proveniva in precedenza ( chissenefrega, vai, tanto non posso oppormi alle dimissioni, meglio così).
    Concludo: Posso tentare di avvalermi, anche in forza del nuovo T.U. sull’apprendistato, del risarcimento del danno per scioglimento ante tempus, e durante la formazione, oggi?
    O devo aspettare che nei prossimi sei mesi, le parti sociali si accordino ( cosa che non faranno mai, com’è stato per il lavoro intermittente) ed eventualmente i regolamenti regionali, cosa che faranno tra un biennio?
    Grazie in anticipo del Vs. aiuto.
    Pietro

  32. Andrea Asnaghi scrive:

    Caro Pietro (o Stefano ?), il nuovo apprendistato è già legge ma in alcuni passaggi non è ancora operativo.
    Inoltre, se ancora non è chiaro cosa succederà nei prossimi mesi, come giustamente rilevi tu (si accorderanno ? boicotteranno ? mah …), è invece da ritenersi sicuro che tutti i rapporti/contratti stipulati prima ricadano nella vecchia norma sotto gli aspetti regolatori.

    Il tuo quesito è comunque interessante (anche se fuori tema…) e quindi ti rispondo sul vecchio e sul nuovo.

    Anche con la norma attuale (vecchia, per intenderci)sussiste la possibilità di richiedere al lavoratore dimissionario un danno da “mancato compimento” del contratto. La possibilità è tuttavia molto teorica ed ARDUA, in quanto l’azione risarcitoria prevede la dimostrazione di un danno concreto, reale e tangibile.
    Laddove ciò sia ipotizzabile, tuttavia, sarebbe stato meglio aver inserito nel contratto una precisa clausola contrattuale (ad es. una penale).

    Curiosamente, la situazione cambia poco – a mio avviso – con la nuova norma: è vero che vi è quel passaggio di legge che tu citi, per cui anche il lavoratore recederà solo a fronte di un giustificato motivo, ma anche in quel caso l’azione risarcitoria sarà tutta da inventare – e quindi anche dopo sarà meglio cautelarsi con puntuali clausole contrattuali (che però quantomeno trovano “sponda” nel nuovo dettato normativo).

    come le parti sociali intenderanno regolare questo aspetto non so proprio, ma immagino che sarà un punto lasciato abbastanza alla volontà delle parti (e quindi, coem sopra, ancora una volta sopperirà la buona tecnica contrattuale).

  33. Pasquale scrive:

    Volevo segnalare che la nuova norma sui tirocini crea non pochi problemi a chi come me si trova in cassa integrazione e sta frequentando corsi che prevedono periodi di stage obbligatori in aziende, nella fatti specie nel mio caso il corso è per l’abilitazione alla conduzione di generatori di vapore che prevede stage formativo di sei mesi.
    L’azienda da me contattata mi ha risposto:
    gli ultimi aggiornamenti normativi del decreto legge 138/2011, , fanno sorgere un problema di identita’ del tirocinante che viene equiparato ad un lavoratore dipendente della societa’,a fronte di questo sono costretto a non concederle l’opportunità di tirocinio.

  34. Andrea Asnaghi scrive:

    Caro Pasquale,
    premesso che ci racconti una situazione con pochi e scarni dati, da quel poco che vedo mi pare che la risposta dell’azienda NON sia sufficientemente documentata (a parte che è oltretutto logicamente e sintatticamente un po’ squinternata…, in quanto le circolari successive del Ministero hanno chiarito espressamente che ad essere modificati sono stati solo i tirocini relativi a giovani “di prima occupazione” (post-scolastica, per intenderci) e non altre categorie di possibili tirocinanti.

    nella tua condizione, ti segnalo anche la possibilità di accendere rapporti di lavoro accessorio (con voucher).

    ciao e in bocca al lupo

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